Convegno interregionale UGCI - 1 e 2 dicembre 2017. La giustizia capovolta: riparazione e mediazione penale

A cura di Redazione Infonews Trani, giovedì 30 novembre 2017

La  giustizia capovolta. Un albero capovolto………………………………….

Cosa avrà voluto dirci il gesuita Padre Francesco Occhetta ?

La giustizia capovolta per Padre Occhetta è la giustizia che parte dal basso, come un albero cresce dalle sue radici per arrivare in alto: è  la giustizia che deve partire dal basso e cioè dal dolore di coloro che sono stati colpiti da un reato, da un omicidio che li ha privati di un familiare, da una strage, basti pensare ai parenti delle vittime della strage di Capaci, ai familiari del Giudice Borsellino e da tante altre persone che hanno subito un grande dolore a causa del gesto efferato di un delinquente.

Un dolore, che per la sua intensità e profondità, afferma Padre Occhetta, non potrà mai venir meno e che neanche il risarcimento riconosciuto dallo Stato per il danno subito potrà mai eliminare, è un dolore, quello delle vittime, che non ha un prezzo.

    Padre Occhetta vuole capovolgere la giustizia, così come dichiara nel suo libro, in sso riporta le  impressioni ricevute dagli incontri con i detenuti nelle carceri di San Vittore a Milano, in Colombia nel carcere di Bucaramanga, dov’erano ristretti i guerriglieri colombiani: l’entrare in carcere, sentire i cancelli che si chiudono alle spalle, i controlli da passare, i corridoi da percorrere per arrivare dai detenuti, il 

rumore delle chiavi che aprono le celle. 

Aver visto le carceri italiane, le condizioni fisiche e psichiche dei detenuti hanno portato Padre Occhetta ad elaborare la sua idea di giustizia riparativa in alternativa alla retributiva ( quella incentrata sul rapporto fra il reato e la pena )  ed alla riabili=

tativa, quella invece che guarda al recupero del detenuto attraverso il suo riadattamento alla vita sociale e la sua reintegrazione.

“Di quell’ universo non si può dimenticare nulla “, afferma il gesuita nel suo testo, entrare nelle carceri è come scendere nelle catacombe di una città, egli dichiara.

   E di qui la sua idea di giustizia riparativa:    

  “ Esistono però gesti compiuti da loro o dalle loro famiglie che stanno fecondando una nuova idea di giustizia, in cui la visione riparativa integra quella retributiva.

  La riparazione si fonda su una domanda: cosa può essere fatto per riparare il danno? E richiede, come primo passo, il coraggio delle vittime di incontrare il reo. Si tratta di cammini faticosi e lunghi, che spesso portano i colpevoli a rivedere il male compiuto.     

E però necessario che la società, prima dello Stato, scelga questo modello senza politicizzarlo “ . 

   Questa è quella che Padre Occhetta chiama giustizia riparativa dalla quale partire per rifondare la Giustizia.

Per poter riparare il grave danno arrecato il gesuita dichiara che in primis deve esserci la riconciliazione fra il reo e la vittima del reato, con il reo che deve saper riconoscere le sue responsabilità, capire il dolore subito dalle vittime per il danno arrecato loro ed allo Stato (pensiamo ai gravi omicidi della mafia e, negli anni 1970-80, delle brigate rosse) ed infine, la rielaborazione, da parte delle vittime, del loro dolore e del danno patito. 

Una giustizia piuttosto utopistica quella propostaci da Padre Francesco Occhetta: quale persona che ha visto uccidere il proprio familiare, quale persona che è stato privato dei suoi affetti riuscirebbe a rielaborare il suo dolore, o vorrebbe incontrare il reo ?

Padre Occhetta ritiene infatti che solo con la rielaborazione del dolore delle vittime, con il loro incontro con il detenuto lo si possa aiutare per arrivare alla riabilitazione, restituendogli la sua dignità: il gesuita sottolinea l’importanza di quest’incontro.

  “ Ora posso scontare la mia pena con responsabilità perché l'incontro con chi ho offeso mi ha restituito la dignità di uomo che il carcere mi negava": queste le parole che un detenuto ha rivolto a Padre Occhetta nell’incontro nel carcere di Milano San Vittore .

Ricordiamo anche Gesù che dall’alto della sua croce sul Golgota rivolto a Dio disse: “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno “.

Ma per noi cattolici è molto difficile riuscire in questo percorso.

Negli altri paesi del mondo, invece, come in alcuni stati dell’ America ed in Canada, tale modello di giustizia riparativa- restorative justice ( letteralmente giustizia riparatoria )  è maggiormente diffusa, così come anche in alcuni paesi della Unione Europea e nei paesi anglosassoni.

Anche il sommo Pontefice da alcuni anni ha sottoposto alla pubblica attenzione il modello della giustizia riparativa, definita come “ giustizia riconciliativa “, con il triplice fine della riparazione del male inflitto alla vittima, la riconciliazione con le vittime e la restituzione del danno.

Una considerazione della giustizia così come fortemente sostenuta anche dal Prof. Luciano Eusebi, docente di diritto penale presso l’ Università Cattolica di Milano, che parla di una giustizia diversa, differente da quella giustizia che noi conosciamo con l’immagine della bilancia.

Nel modello di giustizia riparativa un ruolo importante è svolto dalla mediazione, così come anche sostenuto dal prof. Luciano Eusebi, dove nell’incontro fra il reo-detenuto e la sua vittima interviene una terza persona-“ il mediatore “- con il quale si discute del fatto-reato, degli effetti arrecati alla vittima ed alla sua vita, al fine di riconoscere il male arrecato: questa è l’essenza della  giustizia riparativa.

Padre Occhetta, per continuare nel suo percorso di studi sulla giustizia riparativa, venerdì pomeriggio 1 ° dicembre, alle ore 15,30, entrerà nel carcere di Trani per incontrare i detenuti ivi ristretti.

Nel suo incontro sarà accompagnato dal presidente dell’ Ugci di Trani Dott. Salvatore Paracampo, dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Campobasso Cons. Giuseppe Mastropasqua, dal Direttore dello stesso istituto Dott.ssa Bruna Piarulli, dal Provveditore regionale dell’ amministrazione penitenziaria Dott. Carmelo Cantone e da altre autorità carcerarie, oltre che dal cappellano del carcere.

Dott. ssa Giuseppina Paracampo - Consigliere nazionale Ugci

 


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