Tempo e Libertà di Giuseppe Brescia - La “fucina del mondo”. Sintesi del vitale

A cura di Vittorio Cassinesi Trani, giovedì 24 ottobre 2019

 “La physis, che potremmo definire il germinare insonne e inesausto delle forme” (Italo Mancini, Filosofia della prassi, 1986).

 “Dopo un tempo di declino viene il punto di svolta” (I Ching; Fritjof Capra, 1982)

 

Sommario. 1. Ermeneutica filosofica. Accezioni di 'Vitalità' e 'mondo della vita'. 2. Il vivente originario e il sentimento - tempo nella 'quadratura'. 3. Schema della simbolica spirituale e 'coincidentia oppositorum'. 4. La fondazione della concezione hegeliana del finito e la teoria del giudizio. 5. Psicologia e medicina. 6. Il caso di Alberto e l'esigenza di 'qualificare le emozioni'. 7. “Che cos'è la vita ?”. 8. La questione degli opposti. Vico e Croce, 'filosofi olistici'. 9. Tempo e vita nel pensiero occidentale e ne 'I Ching'. 10. “Mememormee”. Archetipo dell'acqua.

1. Ermeneutica filosofica. Accezioni di 'Vitalità' e 'mondo della vita'

 Georg Simmel, uno dei più importanti “rifondatori” del pensiero moderno, nel 1924 scrive: “Si potrebbe affermare che nell'arte si esprime qualcosa che vive oltre la forma artistica di cui si può con piena perfezione disporre. In ogni grande artista e in ogni grande opera d'arte è contenuto alcunché di più profondo, di più vasto, di zampillante da scaturigini più nascoste, di quanto l'arte, nel suo significato puramente artistico, presenti: ma pure l'arte raccoglie questo alcunché, lo conduce alla manifestazione, lo rende avvertibile”. E per la “vita” nella “religione”: “La vita vuol esprimere se stessa, in quanto religiosa, immediatamente, non in una lingua di frasi fatte e di sintassi prescritte. Per usare un'espressione solo apparentemente paradossale, si potrebbe dire: l'animo vuol conservare la sua capacità di fede, mentre ha perduto la fede in tutti i contenuti determinati e predeterminati”.  Ancora utile torna la individuazione, in Simmel, di un “punto centrale”, nella intersezione di realtà e valori: “il concetto della vita tende a conquistare il posto centrale in cui hanno il loro punto di scaturigine e di incrocio  la realtà e i valori, tanto metafisici quanto psicologici, tanto etici quanto artistici”. (1)

L'urto tra la “vita” e le “forme” costituisce un topos della modernità. Geist e Leben, vita e forma, natura e spirito campeggiano nelle filosofie dei valori e del mondo della vita tra fine Ottocento e primi del Novecento, come ha dimostrato Eugenio Garin nella sintesi di Intellettuali italiani del XX secolo, del 1975. Già Federico Schiller, nelle Lettere sull'educazione estetica del 1795, lettere 15-27, annunziava: “Il bello è la vita, la forma vivente ( lebende Gestalt  )”, ove “la mera necessità naturale cede il luogo alla libera determinazione delle forze; lo spirito vi appare spontaneamente conciliato con la natura, la forma con la materia”. E Holderlin, nel romanzo etico-politico Iperione  del 1797/1799, con il personaggio di Diotima mette in rapporto l'uomo con la natura, nelle parole di Iperione a Bellarmino: “Siamo viventi note, noi, in accordo con la tua armonia, o natura ! Chi lo infrange, questo accordo ? Chi può separare gli amanti ? O anima, o anima ! Bellezza del mondo !” Mentre, nella intensa lirica Heidelberg, lo stesso Holderlin fonda il mondo della vita sul “fiume” e sulla “rocca”, archetipi della 'reologia' e della 'permanenza' ( v. Poesie , del 1800, trad. it. di Giorgio Vigolo, Torino 1958, p. 153 ). Il filosofo Nikolai Hartmann, nella Aesthetik, teorizza la poetica della “immedesimazione”, o “empatia” ( Einfuhlung ), dove il “paesaggio”, come e più dell'opera d'arte, è “oggetto estetico”, “oggetto del nostro sentimento vitale”, “Gegenstand Vitalgefuhl”, proprio come “tutto quello che ci allarga il cuore”. Baudelaire esalta la “vie”, l' 'urlo della via' e la 'vita', nei Fleurs du mal ( 1858 ), crocevia per le poetiche avvenire. Joyce prende a Leit-motiv  ordinatore dei propri racconti, e di tante inesauste invenzioni, il “flusso di coscienza”; l'urlo “Thalatta ! Thalatta !”, in Ulysses; la compenetrazione io-mondo, in ogni opera. Kafka, di cui Renato Barilli evidenzia l'aspetto comico, propone risorse “vitalistiche” insospettate nel Processo, in racconti quali la Metamorfosi e La passeggiata improvvisa e nelle lettere a Milena. Il dilemma “vita-forma” non soltanto è centrale in Pirandello; ma è assunto a emblema nella estetica dell'ammiratore e teorico Adriano Tilgher, portando in evidenza la peculiarità di racconti quali La carriola, La giara, o dei drammi più noti dei Sei personaggi, Enrico IV o Così è se vi pare. Il tema è tanto profondo da essere colto in pieno nel rapporto Eros-Libido, rappresentato da D. H. Lawrence, con L'amante di Lady Chatterley; e, a un tempo, raccolto in recensioni dimenticate dello stesso Benedetto Croce nelle Pagine Sparse e nelle ultime schede sul “vitale” delle Indagini su Hegel e altri schiarimenti filosofici. Montale canta in Delta ( 1926-1928 ) “la vita che si rompe nei travasi secreti” e “l'oscura regione ove scendevi”; “segreto interiore dell'essere” nei Viaggi e la morte (1927 ), per Carlo Emilio Gadda; “Secret transfusions” nella prima versione mondiale di Samuel Beckett, ispirato dal Joyce alla traduzione, in This Quarter del 1930 ( v. il mio Tempo e Idee, Milano 2015, pp. 72-85 ).  La “rassegna” artistica ( dove la poesia porge materia al pensiero e alla ontologia dell'esistere ) potrebbe estendersi a Ernest Hemingway di Fiesta e The Old Man and the Sea; ad autori italiani e stranieri ( Walt Whitman, John Steinbeck, William Faulkner, Henry James, Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, Paola Mastrocola, Margaret Mazzantini ); senza dire del cinema 'arte figurativa' di Charlie Chaplin ( in Limelight, del “Viva Viva Viva!” e della pantomima finale, con il gioco delle pulci e la comico-tragica sarabanda del clown che finisce portato via nella grancassa, sotto lo sguardo impassibile di Buster Keaton ); fino al rapporto io-mondo nelle Piccole Porte del 'magico' Cesare Medail. “Chiamiamo questo 'residuo' come meglio preferiamo, il vitale o il trascendente e l'irrazionale,” - argomenta il Franchini nella Teoria della previsione - “esso è il limite inevitabile della previsione, del quale non si può dire che sia qualche cosa di puramente negativo, che poi sarebbe una mera astrazione: al contrario, si tratta di ciò che solo rende e può rendere di volta in volta possibile la previsione. L'urto della realtà, la sua iniziale incomprensibilità, l'imprevedibilità, è ciò che stimola l'attività giudicante: il mistero di una situazione difficile e complessa, impenetrabile, è il vero inizio passionale-pratico dell' attività previsionale-giudicante” ( Napoli, 1964-1972, p. 135 ).

Notevolmente, il teoreta urbinate Italo Mancini, nel contestare le quattro forme del 'negativismo giuridico':  a) come 'incantesimo manipolativo'; b) forma 'analitica' derivante dal neopositivismo logico; c) strumentalismo di fronte agli interessi economici 'strutturali' nella concezione marxiana del diritto; d) 'innocenza del divenire' ; si appella al 'principio femminile', tratto da Bachofen e al 'mito di Antigone', come al concetto di natura, la 'physis', “che, riducendo molto, potremmo definire il germinare insonne e inesausto delle forme e del loro ornamento, sì che c'è sempre una spinta all'agire che proviene dalla vita e dalla storia”, di origine aristotelica ( 'sinolo di materia e forma', dove la “materia”, veramente 'mater', è vista come “grembo fecondo di forme, anche latenti, e sconfinata possibilità” ), e tale da scendere sino agli “eroici furori” di Giordano Bruno, all' “Amor Dei intellectualis” di Baruch Spinoza, al “diritto di resistenza” di John Locke di fronte al “potere”, così “arrogante e maligno”, fino al “diritto naturale” e alla “dignità dell'uomo” ( 'Naturrecht und Menschlische Wurde' ) dell'utopista Ernst Bloch. ( E', questa opera, la stupenda Filosofia della prassi, in un primo momento ideata dal Mancini come 'Filosofia del diritto', Morcelliana, Brescia 1986, pp. 15-85 e passim ).

Efficace sintesi, in sede ermeneutica, a proposito delle varie accezioni del 'mondo della vita', affida  Franco Volpi alle pagine 948 e seguenti della Postfazione all' edizione adelphiana dell' immenso Nietzsche di Heidegger:Si avvertiva sempre più l'ingombrante presenza di una forza che – comunque la si chiamasse e la si esorcizzasse - élan vital ( con Bergson ), Erlebnis ( con Dilthey ), o Leben ( con Simmel e Klages ), Es o l'inconscio ( con Freud ), l' archetipo ( con Jung ), il 'demoniaco' ( con Thomas Mann ), ma soprattutto Wille zur Macht ( con Nietzsche ) - non appariva più governabile dalla ragione, anzi sembrava asservirla alle proprie cieche finalità”.

Efficace sintesi cui mancano, tuttavia , - ad avviso di chi scrive queste note - la Lebenswelt di Edmund Husserl; lo 'slancio vitale' di Max Scheler; la “vitalità” di Croce; la Razòn vital di Ortega y Gasset; la “passione” negli Scritti politici del 1895 di Max Weber ( Donzelli 1998, p. 28: “E non sono gli anni  che rendono l'uomo vecchio: si è giovani finché si è in grado di sentire le grandi passioni  che la natura pose in noi. E non sono i millenni di una storia ricca di gloria a far invecchiare una grande nazione” );  che sono diverse ma ampie e pluriprospettiche ( a volte in-compiute, come la Cattedrale di Gaudì a Barcellona ) tematizzazioni, nel segno di abbozzate e tentative “ri-composizioni” del problema. E' notevole che la parabola di molti pensatori inclini funzionalmente al recupero della 'vitalità' o del 'mondo della vita', anche se la confutazione husserliana dello 'Historismus' pone sullo stesso piano 'storicismo' e 'psicologismo' ( Philosophie als Strenge Wissenschaft, del 1910-11, ed. it., Torino 1958, pp. 59-78; con Leslek Kolakowski, Il problema della certezza, ed. it., Bari 1978 e Vincenzo Terenzio, Husserl e la certezza, “Realtà del Mezzogiorno”, settembre 1978 ); e si tien presente che sono stati versati fiumi d'inchiostro per testare oltre il lecito la 'Lebenswelt' husserliana verso il praxismo e il neomarxismo, nell'accezione del lavoro alienato o della società e produttività economica, fino al determinismo del puro meccanismo biologico ( v. Sofia Vanni Rovighi, con lettera 1941 di Croce, Edmund Husserl e la perennità della filosofia, in AA.VV, Edmund Husserl 1859-1959, La Haye, M. Nijhoff, 1959, p. 187; A. Gessani, La fenomenologia in Italia, “Cultura e scuola”, XVI, luglio-dicembre 1977, pp. 182-191; Enzo Paci, Funzione delle scienze e significato dell'uomo, Milano 1963 e Dall'esistenzialismo al relazionismo, Messina-Firenze 1957; Giuseppe Semerari, Responsabilità e comunità umana, Manduria 1966 e Husserl su Spinoza,”Giornale critico della filosofia italiana”, 1977, n. 3-4 ). In effetti, la polemica antipositivistica e antiscientistica ( non 'antiscientifica' ) di Husserl è parallela, se pure non affine, alle istanze dello storicismo crociano. E il ricorso al 'precategoriale' è fondante nell'uno; esigenziale o implicito nell'altro ( come per il tema del 'vitale', di cui Guido Calogero rinviene una anticipazione nel 1916-1917, a proposito di una edizione crociana di Erasmo da Rotterdam ). Mentre i 'modi categoriali' consentono lo svolgimento dei valori distinti, attraverso le pieghe del sentimento e la dinamica del ricordare, in potenza e atto, ritenzione – evocazione,  latenza - risveglio. Né si può sottacere il fatto che, se di Husserl è stata tentata la interpretazione neomarxistica sopra citata del 'mondo della vita' come 'società' e 'struttura'; a varia ripresa vi si affianca la più tersa, e tesa, interpretazione 'liberale' di Jan Patocka, firmatario della 'Charta 77' all'epoca della rivoluzione di Praga, spentosi durante il selvaggio interrogatorio della polizia cecoslovacca, e dei 'Potere senza potere' di Vaclav Havel, fino alle ricomposizioni ermeneutiche di Vaclav Belohradsky. Per i quali tutti, il 'mondo della vita' è il mondo della 'libertà' e della autenticità personale, la risorsa della coscienza e l'originarietà inespropriabile dell' io, contro il soffio di morte del potere e il gelido burocratismo del regime autoritario. Ci si richiama a Husserl della Krisis (Patocka), o al Croce della Storia (Havel), di là da personali idiosincrasie, nel progetto comune di 'libertà'. Certo, l'abbozzo ermeneutico del 'mondo della vita' nell'ultimo Husserl ha un profilo oggettivo, scientifico, come rispondente al “costante bisogno di ovvietà”, che Husserl stesso chiama anche “datità”; laddove in Croce il “vitale” è - piuttosto – intersezione di “dialettica delle passioni” e “tempo” ( giusta la più attendibile interpretazione ): comunque, campo della sensibilità, Ursprung delle opere attraverso l'amore-dolore, nuova forma di “maieutica”, “fucina del mondo”. La “vitalità” del filosofo italiano è essenzialmente sentimento e, implicitamente, anche tempo; il 'mondo della vita' è percezione-ricordo, cioè temporalità, e perciò 'intersoggettività' e 'relazione'. Anche se in Husserl la costituzione del soggetto oscilla tra esistenza in sé e relazione intersoggettiva  con la costituzione degli 'altri', è attraverso la 'percezione analogica' che il soggetto trasferisce negli altri ciò che trova in se stesso, ricordando anzitutto di sé quanto riscopre ( es. il 'dolore' ) negli altri. La determinazione dell'intersoggettività è, in realtà, memoria e processo temporale di enti finiti, nessuno dei quali può essere se stesso  - e qui interviene il chiarimento del relazionismo del Paci –, se non in rapporto con gli altri. Ma il cui fondamento è memoria-tempo, 'spirito' e non 'struttura'. Scrive tra l'altro Husserl nella incompiuta e 'tizianesca' opera del 1935-38, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale: “Se la scienza pone certi problemi e li risolve, si tratta, già all'inizio e poi via via lungo il processo del lavoro scientifico, di problemi che si pongono sul terreno di questo mondo, che investono la compagine del mondo già dato, in cui rientra la prassi scientifica come qualsiasi altra prassi vitale. In questa prassi svolge un ruolo costante la conoscenza, la conoscenza pre-scientifica, con tutti i suoi fini, che essa, nel senso in cui li concepisce, raggiunge in generale in misura sufficiente a rendere possibile una vita pratica” ( ed. it., Milano 1961, pp. 150-162 ).

I percorsi assunti sono, in parte, complementari. “Tutto ciò non costituisce forse un gran tema di lavoro ?” ( chiede Husserl ) - “Fascino interrogante e stupore dialettico consimile, se non identico, si rilevano nelle estreme meditazioni crociane sul vitale e le origini della dialettica, dove l'esigenza di ripensare i modi relazionanti le categorie e il fondo oscuro, magmatico, irrequieto dell'esistere si presenta in termini acuti e stimolanti, come messaggio di lavoro avvenire, anche se pur sempre vigilatamente ricondotto nell'accezione dell'umano ( non del 'tellurico' o 'sub-umano' ), nella kantiana medietà di piacere e dispiacere, nell'aspra e complessa orditura della vita affettiva” ( Giuseppe Brescia, Tempo e Libertà, cit. 1984, pp. 74-82 ). Secondo Franco Bosio: “La scoperta stupefacente di cui non cessiamo di meravigliarci è questa: che il mondo della vita non è né la natura, né l'irrazionale, né l'antitesi della coscienza e della ragione: esso è in realtà già in se stesso, spirito ! (..) Il mondo della vita è dunque spirito nel senso del primato dell'essere della persona su ogni altra realtà, sia su quella dell'organismo vivente naturale, sia su quella dell' 'homo faber' soggetto dei rapporti di produzione e di scambio” ( La teologia della teoresi e della prassi nel pensiero fenomenologico husserliano, “Studi e Ricerche”, Università di Bari, Facoltà di Magistero, Bari 1978, II, pp. 11-17 ). Evidentemente, il timbro romantico-vichiano-hegeliano, tipico della mente crociana, non può rinvenirsi nel maestro della fenomenologia, dalla rigorosa e severa educazione scientifico-matematica, per cui il dato del 'mondo della vita' non si caratterizza con la drammaticità o persino tragica dilemmaticità, che impronta la configurazione crociana della 'vitalità' ( 'viva e verde', ' irrequietezza che non si soddisfa mai', 'intatta da ogni educazione ulteriore', ' bene' e 'valore' e 'spiritualità della vita', ma anche 'male' e 'fine della civiltà', e ancora 'vigore mentale', 'concentramento di tutte le forze', 'piacere e dolore', 'ombra del mistero' e 'fiducia nell'opera' ). Ma la ricerca del 'sentimento', come 'genere' di appartenenza della Totalità dialettica, e 'intenzionalità' più autentica del 'mondo della vita', verrà poi svolta dalla 'scuola' husserliana ( dallo Scheler, in specie ).

Sì che piace accostarvi la estetica delle Correspondances, coniata da Baudelaire e ripresa da Fenollosa in L'ideogramma cinese come mezzo di poesia ( prefazione di Ezra Pound, Scheiwiller, Milano 1960 e 1987 ). “Rapida percezione delle relazioni, segno distintivo del genio. - Le relazioni sono più autentiche e importanti delle cose poste in relazione. Questa non è semplice analogia. E' identità di struttura. La natura ci consegna le sue chiavi. Se il mondo non fosse pieno di omologie, simpatie e identità, il pensiero risulterebbe affamato e il linguaggio incatenato all'ovvio. Non ci sarebbe un ponte con cui passare dalla verità minore del visibile alla verità maggiore dell'invisibile. (..) La poesia è superiore alla prosa. Shakespeare trabocca di esempi. Per questo motivo la poesia fu la prima delle arti del mondo; poesia, linguaggio e rispetto del mito sono cresciuti insieme”. Dove – è appena il caso di avvertire – non bisogna badare alla strumentalizzazione politica e strategica del pensiero 'modernista', e poundiano in specie; bensì alle estetiche di Eliot, Joyce, Baudelaire, Rimbaud e – ancor prima – agli avvertimenti della originarietà della poesia in Giambattista Vico, 'scovritore della scienza estetica', meglio di Baumgarten, nella modernità  ( Croce ). (2)

2. Il vivente originario e il sentimento-tempo nella 'quadratura'

Tutto ciò s'incrocia con la “Ricerca dei modi categoriali - Il vivente originario – Mappe concettuali”

( 2013-2015 ), e sulle tracce delle Età del mondo di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, Die Weltalter, del 1810-1814: “Il passato viene saputo, il presente viene conosciuto, il futuro viene presagito. Il saputo viene narrato, il conosciuto viene esposto, il presagito viene profetizzato. L'immagine esatta della scienza, è che in essa si presenta lo sviluppo di un essere (Wesen ) vivente e reale. L'elemento vivente della scienza suprema può essere solo il vivente originario ( Das Urlebendige ), l'essere che non è preceduto da altri, dunque il più antico degli esseri”. - Wissen, Erkennen, Ahnen: Saputo, Conosciuto, Presagito, sono i tre modi della temporalità. Mentre le tre forme di oggettivazione corrispondenti si chiamano: Narrazione, Rappresentazione e Anticipazione o Profezia ( Erzahlung; Darstellung; Weissagung  ). (3) Esiste anche una variante, in altra stesura, di questo testo: “La scienza proviene dal passato, accoglie il presente e penetra nel futuro. La fine può essere presagita, il presente sentito, il passato soltanto saputo”. Ed è segno di una ricerca inesausta di un “punto dorato” di unificazione, nel Giudizio, del classico “Ciò che fu, Ciò che è, Ciò che sarà”. (4)

Riferimenti paralleli si protendono, altresì, verso il mio studio 'gemello', Modi della complessità, sulle linee Aristotele – Dante – Pico – Kant – Goethe 1810 – Heidegger - Pavel Florenskj – Italo Calvino dei Six Memos for Next Millennium ( “Lezioni americane” ) - Karl Raimund Popper per la Conoscenza di Mondo 1, Mondo 2 e Mondo 3 e le aperture su Riabilitazione neuromuscolare e Mente autocosciente, fino al recupero della neurologia dell'anticipo in Beniamin Libet; – e ancora, Roger Caillois per Il gioco e gli uomini ( con la quadripartizione di Alea – Agon – Mimicry e Ilinx ) - sino ad  approdare alla rivisitazione sociologica di Albert Otto Hirscham, nella “Defezione” del 1970 ( “Loyalty” – “Exit” – “Voice” ) e bene addentro la “Rhetoric of Reactions” del 1991 ( “Perversity” – “Futility” – “Danger” ). (5)

Alla ricerca di un “punto focale” dell'indagine sul mondo della vita ( quel che Giordano Bruno chiamava “punto de l'unione dei contrari” ), preme risalire al Kant della Critica del Giudizio 1790, o al Croce della Poesia 1936 e della Storia come pensiero e come azione ( Cap. IX ) del 1938; fino a considerare Arthur Koestler e la teoria della creatività, per l'attrito tra “banalità” dell'esperienza quotidiana e “ricerca dell'assoluto”, teoria sul cui paradigma sono tessuti i racconti del Nobel Patrick Modiano ( Dora Bruder ). Ora, esiste uno “slancio armonico delle facoltà dell'animo”, dice Kant ( al § 49 della Parte Prima della Critica del Giudizio ). E nella Analitica del bello, § 1: “La rappresentazione è riferita interamente al soggetto e, veramente, al senso vitale, sotto il nome di piacere e dispiacere; la qual cosa dà luogo ad una facoltà interamente distinta di discernere e giudicare”. Donde si ricava, giusta l'ermeneutica della tarda modernità, che il “senso vitale”, ben distinto dalla “facoltà pratica del desiderare”, come “sentimento di piacere e dispiacere”. è – per ciò stesso - “disinteressato”. Come in Croce, l' “ampliarsi dell'anima” che interviene nell'improvviso  farsi poesia della letteratura, corrisponde al kantiano “giro dell'animo”, ove si adempie e svolge la “coincidentia oppositorum”, la dialettica delle passioni, il “sentimento di piacere e dispiacere”, “Termine medio” o Mittelglied tra la “facoltà del conoscere” e la “facoltà del desiderare” ( v. la 1^ Einleitung del 1781 alla Kritik der Urtheilskraft ). “E se il Giudizio dia a priori la regola al sentimento di piacere e dispiacere, come al termine medio tra la facoltà del conoscere e la facoltà del desiderare, ecco ciò di cui si occupa la presente Critica del Giudizio”. (6)

Noi volentieri tendiamo a parcellizzare il “vivente”, ridurlo entro uno schema, una formola, una legge ( si chiami concetto funzionale, pseudo-concetto o stenogramma ), che lo racchiuda e compendi in simbolo, e ce lo renda praticamente funzionale e immediatamente utilizzabile. Ma, così facendo, dimentichiamo quel che il pensiero poetante di Eugenio Montale ha ben espresso: “Gli inizi sono sempre inconoscibili. Se si accerta qualcosa, Quello è già trafitto da uno spillo” ( in Satura: ove lo “spillo” puntualmente risponde alla caratteristica dell' 'intelletto astraente', il Vernunft di Goethe, Kant ed Hegel ). Ed è questo il “contrasto della civiltà”, l'attrito tra “vita” e “forma”, che, pure costruendo varie ermeneutiche ( Bergson, Freud, Jung, Thomas Mann, Martin Heidegger ) e saggiando il vasto campo fenomenologico delle rispettive “narrazioni”, manifesta un aspetto comune: l'adempimento e lo svolgimento della “coincidentia oppositorum” nella 'temporalità', meglio nella 'temporalizzazione'  ( Zeitigung ). “La mediazione tra 'spirito' e 'vita' è essa stessa spirito”, - rimurgina Thomas Mann. E in un bel verso della Esperienza del pensare, tradotta in italiano da Armando Rigobello, Martin Heidegger afferma: “E' nella longanimità che si alimenta ciò che è magnanimo”, intersecando - per ciò - Langmut e Grossmut. (7)

Punto “dorato” dell'indagine sul vitale è, allora, la 'dialettica delle passioni' nel suo dipanarsi, o sgranarsi nel tempo:  “Chiamami alla vita ! No, lasciami dormire!” ( 'Resurrezione di Lazzaro' di Caravaggio a Messina, giusta la lettura di Giorgio Bassani, da me risistemata nel 2009 ). “Addio !' 'Non addio !” “Voglio partire ! No, lasciami stare”  ( fa esclamare, varie volte, Joyce a personaggi, evocati in musica o nel flusso di coscienza ).

Simmel cita l'ultimo Beethoven e l'artista Van Gogh, per l'”urlo della vita” che esplode prima del “genio”. Qui, io anticipo Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. - Ma che cos'è ciò che chiamo  il 'momento culminante', il punto 'dorato', della riflessione sul vitale ? - Domanda cui è lecito rispondere: E' la fase in cui, dopo lungo travaglio intellettuale o morale, l'animo si stabilisce in una visione sintetica, lucida e appassionata insieme, del percorso tentato e del problema affrontato. E' il “balsamo dello spirito”, entro e dopo la “stagione di lotta”, di cui parla lo Schelling, nei Weltalter. Esso si assesta, come incrocio di sentimento e tempo, dialettica delle passioni e prospettiva, potenza e slancio, Langmut e Grossmut, longanimità e magnanimità, pregiando la struttura formale dei “quattro”, proprio come punto di scaturigine e d'incontro tra realtà e valori. Al centro, risiede la tripartizione analitica kantiana di 'successione' – 'simultaneità' – 'permanenza', scandita al momento dell' intersezione di assi cartesiani, per ordinare la quadratura, il Ge-viert, della ricomposizione. Anche gli psicologi attingono all'emblema dei “quattro”, per figura sintetica dei loro schemi. Si vedano, in via d'esempio, la finestra di Johari, psicologo indiano erede di Jung, nello spiegamento di area cieca ( l' Ombra junghiana ), area palese ( es. Goethe ), area mascherata  ( es. Pirandello ) e area nascosta  ( Freud: a seconda delle combinazioni delle dimensioni note, o ignote, a sé, o agli altri ); o le quattro forme del Cambiamento: Perdono, Potenza, Permesso, Protezione; e le coppie Aggressività – Umiltà e/o Vergogna - Non vergogna ( Greimas – Foucault – Vero: anche se, in sede sperimentale, 'Umiltà' può intersecarsi con 'Presunzione', proprio per spiegare le fenomenologia della depressione, al centro di codesta analisi). Senza dire del gusto per il “Mandala”, disegnato da Carl Gustav Jung, la cui topica della quaternità si riconnette, a suo modo, con quelle della 'sincronicità' e della 'totalità' del campo. “Il mandala è un'immagine archetipica la cui presenza è confermata attraverso i millenni. Esso indica la totalità del 'Sé', ovvero rappresenta la compiutezza del fondamento psichico, per dirla in termini mitici, la divinità incarnata nell'uomo”   (Ultimi pensieri, alla p. 393 di Ricordi sogni riflessioni, Milano 1998, a cura di Aniela Jaffé ). “Mandala significa circolo”, “creazione di un nuovo centro della personalità”, “disposizione simmetrica del numero quattro e dei suoi multipli”. “I mandala non son diffusi solo in tutto l' Oriente, giacché anche da noi il Medioevo ne ha fornito in quantità. Particolarmente quelli cristiani, che risalgono al primo Medioevo, di solito hanno Cristo nel centro coi quattro evangelisti e coi loro simboli ai quattro punti cardinali. Tale rappresentazione deve essere molto antica, giacché in Egitto anche Horus con i suoi quattro figli viene così raffigurato” ( Il mistero del fiore d'oro di Jung – Wilhelm, ed. it. di Mario Gabrielli, Bari 1936, p  24 ). “L'archetipo che ne è costellato rappresenta uno schema ordinatore che si sovrappone in certo modo al caos psichico come una trama psicologica, rispettivamente come un cerchio suddiviso in quattro, grazie al quale ogni contenuto riceve il proprio posto e il tutto che tende a dissolversi nell'indefinito mantiene la propria coesione grazie al cerchio che lo custodisce e protegge” ( Ein Modernen Mythus, Von Dingen, die am Himmel gesehen werden, del 1958, in ed. it. a cura di Silvano Daniele, Su cose che si vedono in cielo, Milano 1960, p. 181 ). E' notevole, anzi, lo sforzo junghiano di 'esclusione' di altre possibilità nell'ambito della predicazione esistentiva delle forme psichiche e l'altrettanto intenso impegno definitorio delle singole funzioni delle quattro forme di attività, affine per vie insospettate al sistema di Croce. “La quaternità è un archetipo, che appare per così dire universalmente. Essa è la premessa logica per ogni giudizio di totalità. Se si vuole pronunciare un tale giudizio, esso deve aver un aspetto quadruplice. Se si vuole, ad es., designare l'intero orizzonte, si nominano i quattro punti cardinali. Ci sono sempre quattro elementi, quattro qualità primitive, quattro colori, quattro caste in India, quattro vie a significare lo sviluppo spirituale del buddismo. E ci sono anche quattro aspetti psicologici dell'orientamento psichico, al di là dei quali non c'è più nulla di fondamentale da affermare. Per orientarci, ci occorre un funzione che constati che qualche cosa c'è ( sensazione ); una seconda che stabilisca che cos' è ( pensiero ); una terza che dica se essa conviene o no, se si vuol accettare o no ( sentimento) e una quarta che dichiari donde essa viene e dove va ( intuizione ). Oltre a ciò non si può dire altro.. La completezza è il rotondo, il cerchio ( 'Mandala' ); ma la sua minima divisione naturale è la quantità”. (8) Addirittura, anche nel simbolismo della Messa cristiana di rito bizantino, Jung vede nel tetragramma “Jesus – Christus – Ni – Ka”, “Gesù Cristo vince”, la riprova del carattere di “totalità” della raffigurazione “Quaternaria” ( cfr. Psicologia e Religione, Torino 1992, p. 212 e, per i “Paralleli precristiani”, pp. 121-122: “Qui il quattro potrebbe avere il significato di totalità, come nei quattro figli di Hor, nei quattro serafini della visione di Ezechiele, nei quattro simboli degli Evangelisti, rappresentati da tre animali e un angelo” ). Dove, anche se i contesti e le funzioni sono in parte differenti rispetto alla 'classica' sistemazione crociana, dato che per il Croce la quadripartizione (1902-1909) si svolge per due gradi dello spirito teoretico ( conoscenza dell'individuale, o estetica; e conoscenza dell'universale, logica ) e due gradi dello spirito pratico ( volizione del particolare, come economica; e volizione dell'universale, etica ), resta sorprendente la analogia con la deduzione junghiana, alla lettera, di alcune forme ( pensiero, sentimento, intuizione ) e, nello spirito, della quarta forma ( sensazione  ). Il discorso va affinato e precisato. Ma porta, in ogni caso, a rivisitare la funzione del “sentimento - tempo”, in quanto esigenza non solo del passaggio nelle modalità, o tra le attività, della “tetrade”; ma anche di “animazione vitale” interna a ciascuna forma.

Onde lo stesso Jung aggiunge: “Una quaternità o un quaternio ha spesso una struttura 3 + 1, in quanto uno dei suoi termini occupa una sua posizione d'eccezione ed è di natura diversa. Per esempio, tre dei simboli degli evangelisti sono animali e uno è un angelo. Quando il quarto termine si aggiunge agli altri, nasce l'Uno, che simboleggia la totalità. Nella psicologia analitica non di rado  è la 'funzione meno differenziata' ( cioè quella di cui l'uomo non dispone coscientemente ), che rappresenta il 'quarto'. La sua integrazione alla coscienza è uno dei compiti principali del processo d'individuazione”. E “individuazione” vuol dire “diventare un essere singolo, intendendo noi per individualità la nostra più intima, incomparabile e singolare peculiarità. Diventare noi stessi, realizzare il proprio Selbst ( Sè )”. “3+1” opera anche in Vico, nella teoria dei corsi e ricorsi storici, rivisitata con passione ininterrota da James Joyce nel IV Libro di 'Finnegans Wake'.

 Si tocca, qui, un punto di valore universale, non solo per il significato della 'individuazione' psichica; ma per la funzione strutturale della tetrade nei modi 3+1. Anche in Croce (1938-1952), infatti, la 'vitalità' assume la funzione di “trifoglio” e/o di “quadrifoglio”, in quanto, da un lato, risponde alla categoria dell' utile come dimensione economica, e, dall'altro, si discopre esigenza di animazione e originarietà, fondante per tutte le forme. Franchini parlava, per ciò, di una “doppia scoperta dell'utile”. Carlo Antoni (1959) non negava la “insistenza” delle quattro forme; ma vi avvertiva una più intensa animazione e compenetrazione mercé il nuovo accento conferito alla “vitalità”, che era poi un aspetto dello stesso “problema del Novecento”. Noi rintracciamo tale esigenza nella “dialettica delle passioni”, che si pronunzia e distende nel “tempo”, mediando la scoperta della terza estetica crociana, enucleata da Alfredo Parente (1953-1976), con il concetto di “prospettiva” elaborato da Raffaello Franchini, nelle coordinate europee della fenomenologia e della analitica esistenziale (1964-1972). Rimane, strutturale, il “quaternio”, direbbero Croce e Jung; ma, insieme, viene in luce un palpitante aspetto di fondazione primèva, che attraversa tutte le “forme” di attività, 'stelo' o 'rizoma' che sia, la “fucina del mondo”, o le “doglie di tutti i parti dello spirito teoretico e pratico” ( Franchini 1953 ), gioia e dolore, entusiasmo di liberazione e “fatica del concetto”. Si ritrova – in codesta ermeneutica - un accento nuovo per il concetto socratico di arte 'maieutica'. Ed è soltanto quando l' 'uno' si aggiunge ai 'tre', occupando una 'posizione d'eccezione' ( dice Jung ), come il 'vitale' che costituisce eccezione, condividendo la natura “pre-categoriale” del fondamento e la “categoria” dell'economico o dell'utile ( Croce, Herbart, Labriola, Gramsci, Paci ); solo in questo caso, si può parlare di effettiva “Totalità”, dia-letticamente conquistata. Oltre all'esempio principe dei Quattro Evangelisti, simbolizzati da un Angelo e tre Animali, non a caso effigiati una volta per tutte al Trinity College di Dublino con le preziose miniature del  Book of Kells ( esempio degli Evangelisti, citato dallo stesso Jung ), giova a confermare l'approndimento sul vitale  l'ermeneutica di James Joyce, il cui quarto libro di Finnegans Wake, vichianamente chiamato il “Ricorso”, compie la quaternità in senso temporale ( ricominciamento del ciclo, dopo nascita ascesa e caduta ) e in senso strutturale ( le quattro regioni dell' Irlanda, le quattro età, le Quattro Corti del Tribunale, i 'quattro vecchi', le quattro forme spirituali ) .

Nel cinema esistenzialista, che si può addurre a riprova del simbolo della quaternità, il regista svedese Ingmar Bergman ( Uppsala 1918 – 1981 ) dà voce all' “anima” di sentore junghiano nel film Il silenzio, del 1962, ove il bambino alla fine legge Hadjek”, che vuol dire “anima” in una lingua sconosciuta. “Anna apre il finestrino ed espone il volto alla pioggia battente”, sintomo di identificazione anima – volto; come nel film Persona, dove “Alma” è il nome della protagonista femminile; e “Persona”, originariamente, dal latino “Maschera” vuol dire: “Personaggio”, come “ponte tra l'essere ed il sembrare”, sé e gli altri, l'anima e le sue relazioni. Identico Leit-motiv è in Sussurri e Grida, del 1970, dove il tema dell'anima s'incontra con l'altro della “quaternità”, determinata nelle due coppie di personaggi femminili, Karin e Maria sorelle e persone in negativo, arida la prima e viziata e sensuale la seconda; Agnes e Anna, figlia e madre in positivo, atteggiate nel finale come la Pietà michelangiolesca, tali da evitare la solitudine con l'amore.

Con quattro inserti, tre a sigla rossa e uno a sigla viola, lo stesso Bergman dà voce artistica e ritmica al “tempo” che inquadra la “quaternità”, in tutte le sue funzioni. La topica “anima – quaternità “, junghianamente, è profonda nel Bergman: “Quattro donne sono le protagoniste a conferma che per Bergman il quattro è numero magico. E quattro sono anche i personaggi maschili, che però hanno ancora una volta un ruolo completamente secondario, negativo. In effetti quel che interessa al regista è l'animo femminile, come dimostra l'insieme della sua opera” ( Guido Aristarco, 1988 ).

Persino in Donne in attesa, del 1952, “protagoniste sono le donne, come spesso accade in Bergman, molto sensibile alle pieghe più nascoste dell'animo femminile. Sono quattro donne: è già presente la predilezione di Bergman per il numero quattro che ritroveremo in Come in uno specchio, Il silenzio, Sussurri e grida e altrove. I personaggi maschili, quattro anch'essi, sono in secondo piano. Secondo una ben calibrata simmetria, le quattro donne raccontano i fallimenti nella vita coniugale ad una ad una. Ma dal primo al quatro racconto si assiste a un progressivo affievolimento del dramma, che via via si fa coilledia” ( Sergio Trasatti, “Il Castoro”, 1993 ). Infatti: “La prima confessione, quella di Annette ( la più anziana ), è la più tragica e anche la più rapida. Non c'è bisogno del flashback. Il fallimento è totale, resta solo l'ipocrisia della maschera esteriore che consente di fingere un rapporto normale; sotto non c'è nulla. La seconda confessione, quella di Rakel, è dolente e drammatica: storia di un tradimento conseguente a una crisi di rapporti instaurata sul piano fisico e trapiantata poi sul piano psicologico e su ogni risvolto della vita a due. Il terzo racconto è più gioioso, specie nella prima parte dell'incontro spensierato di Marta e Martin a Parigi. E' una pagina di cinema magistrale dove non c'è bisogno di parole: solamente immagini e musica per raccontarci un'intera storia d'amore. Le parole arrivano quando incomincia l'incomprensione, il distacco. Il quarto racconto è il più gaio, perché giocato in una chiave tra il comico e il grottesco. I due partner, Karin e Fredrik, sono smaliziati. Tengono in piedi un rapporto superficiale e banale, ma tutto sommato

 accettabile” ( Sergio Trasatti ).

Uno schematismo simile, da “quaternità”, lavora ne Il volto, sempre di Bergman, del 1959, dedicato alla “compagnia medico-ipnotica” del dottor Vogler, dove quattro coppie animano storie d'amore a lieto fine: la prima di un amore giovane; la seconda di un  amore maturo; la terza di una storia infelice: e la quarta, grottesca anch'essa, tra il capo della polizia e la sua consorte.

 Dove, “quest'ultima, sotto effetto d'ipnosi, ne dice di tutti i colori; ma poi, finito l'effetto, nello sbalordimento generale, tratta il marito con l'esteriore affetto di sempre”. Si badi, ancora, al fatto che, con potenza straordinaria, nella dialettizzazione delle quattro forme di esperienza d'amore, Bergman ha intuito che la quarta forma è già un incastro di “esteticità” e gioco “strategico”, poesia comica e malizia, ethos e kratos, disincanto e superficialità. La quarta “risorsa” dell'anima è la “resultante” del momento ludico, in quanto contemperato con il momento strategico ( l'attività del capo della polizia, risolta nell'affetto di sempre ). E' il “gioco”, ma non il gioco puramente aurorale e fantastico della “poesia”; bensì il gioco vissuto sul filo di rasoio della malizia e dell'inganno, della seduzione condotta nella introiezione dei rapporti di forza. In definitiva, è una forma originale rappresentativa del modulo 3 + 1, teorizzato sapientemente dallo Jung. L'esperienza dei “quattro”, nella tela della esistenza, riporta all'offerta di aiuto e al bisogno d' affetto, nella vitalità improvvisa dei racconti di Kafka o nel finale del Processo; come alla richiesta d'aiuto e di incontro nei ritratti a pastello dei Bagnanti ( raccolti a gruppi di quattro ) di Fausto Pirandello; o al rapporto tra Anima e apparato nella condizione tardomoderna ( cfr. Scritti di critica e storia delle arti visive, Galatina 1989; Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva, Bari 2000, vol. II; L'Anima e l'Occidente, Andria 1999 ).

3. Schema della simbolica spirituale e 'coincidentia oppositorum'

Propongo un 'quadro' i cui innesti sono segnati in lingua franca, così da mantenere linguisticamente la tri-unità del “tempo”, singolare e plurale, “le Temps”, sull'asse delle ordinate, accompagnate al centro da “Simultaneité” , in basso da “Succession” e in alto da “Permanence”; mentre la dinamica del sentimento, la “dialectique du coeur”, è segnata sull'asse delle ascisse. Nei quattro quadranti che si aprono a ventaglio, in alto a sinistra Saint-Exupery illumina la prospettiva del sentire: “Non si vede bene che col cuore; l'essenziale è invisibile agli occhi”. In basso a sinistra, si afferma la regola kantiana della terza Critica, 1790: “E se il Giudizio dia a priori la regola al sentimento di piacere e dispiacere,come al termine medio tra la facoltà del conoscere e la facoltà del desiderare, ecco ciò di cui si occupa la presente Critica del Giudizio”.

Nel quadrante in alto a destra, come  esplicitazione del problema del 'nostro', e del 'suo', tempo, in lotta contro i cascami del positivismo, sottolineo il pensiero di Henri Bergson, 1902: “Ce qui Je prétende c'est que ce travail de l'esprit qui transcende la logique ne doit pas d' etre illogique, et doit pouvoir toujours réduire la plus grande partie de nous-memes en termes logiques”. Questo concetto, invero scaltrito dalla esperienza di Schopenhauer e Hartmann, è anche nel saggio crociano del 1908 Dal primo al secondo Schelling  ( Saggio sullo Hegel , Bari 1967, pp. 329-338 ), con la critica della “volontà come qualcosa d'irrazionale e d'illogico”: “Ma la volontà non è logicità né illogicità: è volontà: essa si congiunge molto bene con la logica, e perciò non è illogica; ripugna all'antilogico, eppure non è logica; volontà e conoscenza sono insieme distinte e unite, ed entrambe elementi del reale”. E nel 1907, anno della memoria Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell'economia, Croce tracciava le differenze tra 'Vitalità' e 'volontà di vivere': “L'individuo vive nella società come societas hominum; e anzi, in quella più vasta società, societas rerum, che è la natura, e include in sé l'altra.Isolato non è mai; tale non è nepputr il Robinson dei romanzi e dei trattati di economia; non solo per la ragione detta più volte, che egli proviene da una societase la serba nel suo spirito, ma per quella più fondamentale, che Robinson, anche senza Venerdì, è in relazioni con animali, piante e fatti naturali, ossia con altrettante determinazioni dell'Idea, come avrebbe detto Hegel, o oggettivazioni della Volontà, come avrebbe detto Schopenhauer !” ( in Primi saggi, Bari 1927, pp. 17-25 ). “Se non c'è rosa senza spine”, nota lo Schopenhauer in un passo di  Parerga e paralipomena, “è anche vero che ci sono molte spine senza rose”. Il male consiste nella dialettica di vita e morte insita in ogni organismo, la cui manifestazione  caratterizza la “volontà di vivere”, fino al suo progressivo annichilimento come Noluntas ( I conti con il male, Bari 2015, pp. 93-102 ).

Nel nostro diagramma, al quadrante alto, corrisponde precisamente, in basso a destra, una nota dello stesso Benedetto Croce, del 1912, a proposito dell'intreccio prospettico di sentimento e tempo: “Senza il piano non si può avere il rilievo; senza il periodo di apparente calma non si può avere l'istante di commozione violenta”. Bergson significa l'esigenza che il 'vitale' non decada in Irrazionalità, o illogicità, pura ( come Thomas Mann porrà in guardia verso 'Nostro fratello Hitler' ). Croce riceve, a suo modo, la classica dottrina della “catarsi”, pietà e terrore – timore e speranza – cautela e ardimento, nel farsi dell'azione, cioè nel “dramma” come categoria dello spirito. Avverto ( in caso ve ne sia bisogno ) che codesto 'schema' non ritiene alcun valore matematico o scientifico, dovendoci anzi guardare dalla indebita trasposizione di concetti in diagrammi o piani cartesiani; ma sì – bene – di simbolica spirituale, entro cui evidenziare lo sforzo di “trascendere la logica” senza cadere nell' 'illogico', ed ospitare il “vitale” senza idolatrarlo come 'hybris', male assoluto, Ge-stellung. (9) Peraltro, Pantaleo Carabellese riteneva “sentimento” e “tempo”, formazioni “coeve”. (10) E, perciò, la “misurazione” sugli assi cartesiani qui si traduce nella scansione delle “forme ideali” del tempo. L'intelletto astraente viene adoperato in via sussidiaria e non qualitativa; un poco come accade con la divisione in quadranti, nello stemma della teoria dei colori di Goethe, proponendo uno 'schema' che ospita per metà di ogni categoria uno 'spicchio' di qualità valoriali.

 La “divisione” è, sì, in Goethe, geometrica e spaziale; ma anche più che spaziale o territoriale, articolandosi in assiologia, 'dialettica delle forme' ( disutile-bello; bello-nobile; bene-utile; utile-comune ). Il bello e l'utile sono i due valori qui 'con-divisi' , rispettivamente, tra la Fantasia e la Ragione pensante, e tra Intelletto astraente e Sensibilità, come funzioni delle “due scienze mondane”, individuate dal Croce in un celebre saggio del 1931. Il disutile, il nobile e il comune – per parte loro, nello stemma goethiano – non 'con-dividono' alcuna sfera valoriale operativa; ma pertengono solo alla 'inutilità' dell'Arte ( Fantasia ); alla 'nobiltà' della Ragione pensante; e alla 'comune base' vitale della Sensibilità. Mentre i colori sfumano; dividono e non dividono; ci sono, ma trascolorano cangiando d'intensità al centro ( rosso, arancione, giallo, verdino, azzurro, fucsia ). La mente del genio segue passo passo le metodiche e gli strumenti che l'intelletto le mette a disposizione; pur alludendo ad una logica qualitativa di tipo diverso, filosofica e ontologica, atteso che filosofia è scientia qualitatum, rapporto tra vita e forme di attività spirituali.

Identica logica viene impiegata nella vasta fenomenologia del “momento culminante” nel dramma; e cioè, poiché tutta la vita si realizza come “azione”, e “dramma” ( dal greco *drao  ), in tutte le narrazioni del “mondo della vita”. Le trecento domande cosmiche che Joyce pronuncia nell'addio tra Leopold Bloom e Stephen, sono il pretesto per il Rallentamento del tempo, la “sospensione dell'addio”, dunque una forma di dialettica dei contrarii, proiettata nelle misurazioni e dimensioni autobiografiche, galattiche, geografiche, storiche, termiche, astronomiche e matematiche. E più Joyce si inpegna nel giuoco delle interrogazioni spazio-temporali, più lascia intendere che esse interrogazioni stanno, e non stanno, di per sé, servendo – piuttosto - a “fermare il tempo” ( se mai ciò fosse possibile, come a 'ritardare' il momento dell'addio). E, così, il genio irlandese riprende l'episodio della “cicatrice di Ulisse” al XIX canto dell' Odissea, il canto di Euriclèa: allorquando la nutrice riconosce dalla ferita il caro signore, ma si trattiene dal parlare e dal tradirlo dinanzi ai Proci. Anche Omero, con mezzi diversi, “ferma il tempo”, aprendo puntuale e minuta descrizione della battuta di caccia al cinghiale, in cui Ulisse si era procurata la ferita, descrittiva distesa per circa novanta versi (386-475). Trecento domande universali in Joyce, ispirate al 'senso del celeste'; novanta versi 'terreni' in Omero, vergati nello stile del “realismo”, in perfetta aderenza alla “Mimesis” ( come Erich Auerbach ha insegnato in una magistrale narrazione del “realismo nella letteratura occidentale” ). Ed è così: il realismo descrittivo della battuta di caccia esiste e insiste in Omero. Ma - si badi – esso sta per qualcos'altro: per la intensa dialettica emozionale provocata dal “riconoscimento” di Ulisse ( sorpresa, stupore, timore, speranza, incoraggiamento e cautela, fedeltà e presentimento del nuovo e forse imminente avvenire, attesa della vendetta e del pieno ritorno a casa del padrone ), ma che Omero simbolizza nella coincidentia oppositorum gioia-dolore: “Ora la vecchia, toccando la cicatrice con le due mani aperte, / la riconobbe palpandola, e lasciò andare il piede. /  A lei Gioia e angoscia insieme presero il cuore, i suoi occhi / si empirono di lacrime, la florida voce era stretta” ( vv. 467-472 ). Così, il “senso del celeste” e il “senso del terrestre” hanno sorti affini, pur distanti duemila anni, e per opposti stili: la allusione al momento della “dialettica delle passioni”, che abbisogna – per render l'idea della propria in-tensità – di una significativa sospensione del tempo. E' una “epifania” all'incontrario, 'à rebours', o nei modi e negli stili concepiti dal poema epico e nella giornata ulisside e borghese dell' uomo moderno, latore di valori universali. (11) “Here Comes Everybody” , “Hecco Che passa Ognuno”, ripete Joyce nella Veglia di Finnegan.

Inoltre, la fenomenologia del momento culminante conosce una serie impressionante di esperienze e diramazioni: l' 'epifania'; il 'climax' in Shakespeare; la prospettiva radicalmente nuova dell'arte di Caravaggio; le quattro fasi del “Sacrificio di Isacco” in Aut Aut di Soren Kierkegaard; la musica in Proust come 'tempo' e 'intermittenze del cuore' della Recherche; il dis-velamento dell'essere, come A-letheia in Heidegger, e la poetica di Montale ( I limoni; Meriggiare pallido e assorto ); l' “arcano teatrale”, che sorprende Gustave Flaubert nei suoi scritti critici e nell' intensa Correspondance; il concetto di “aura” presso Walter Beniamin e l' Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica; fino al clic individuato nell'arte della fotografia, e poi esteso da Mario Fubini a canone della poesia e della critica estetica. Ma c'è un aspetto comune a tutte le casistiche, che sottolineo: la 'dialettica delle passioni' nel suo temporalizzarsi, nel farsi 'prospettica'. Avendone già parlato in altra  lettura, proseguo con il caso di Joyce, autore dei “Fogli Triestini”, e del giovanile Giacomo Joyce, per la pagina IX, prodromica ai Dubliners e all' Ulysses, attinente la musica dell' “Addio”. Musica languida di una canzone del 1584, “Restìo all'addio”, di John Dowland, che esprime la “malinconia del distacco” ( Lia Guerra ); meglio, la “resistenza all'addio”. “I play lightly, softly singing, John Dowland' s languid song” ( rigo 10: 'Suono leggermente, dolcemente appena cantando, la languida canzone di John Dowland').

“Loth to depart: I too am loth to go” ( rigo 11 del testo joyciano: 'Restìo all'addio. Restìo anch'io ad andare via' ). E' la stessa dialettica di resistenza e congedo, nel momento del distacco, centrata alla penultima stazione dell' Ulisse. (12) Joyce porta alla luce le “origini della dialettica”. Come l'arte, 'opera di verità' in Caravaggio, illumina con straordinaria potenza la “coincidentia oppositorum” nella mano al centro della Resurrezione di Lazzaro (1609): “Portami con Te ! No, voglio dormire!” - “Voglio vivere! No, voglio morire!” - “Sì vengo ! No, lasciami stare!” ( detto da Lazzaro a Cristo ). Let me be, let me live !; 'Mamma, lasciami stare?, scandisce il cuore di Joyce, tra i mille intrecci simbolici e affettivi della “resistenza all'addio” e del “distacco” ! Sostando su questo luogo, ricordo la novella conclusiva di Dubliners, The Dead, “I morti”, e donde il regista John Huston osò ricavare un film: novella che evoca nelle pagine finali la discesa continua della neve, che sembra a Gabriel seppellire tutti i vivi e tutti i morti, in un sistema musicalmente incrociato di espressioni: “His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like  the descent of their last end, upon all the living and the dead”.  Di cui, tra le tante, pongo la mia interpretazione, che serba l'inversione musicale dell'ordine dei termini, 'falling softly' e 'softly falling', a mente del 'softly singing' della languida canzone di Dowland: “La sua anima svanì lentamente, mentre egli ascoltava la neve cadere lievemente per tutto l'universo e lievemente cadere, come la discesa verso la loro ultima fine, su tutti i viventi e su tutti i morti”. (13)

Altro esempio. Nel film La struttura di cristallo del regista polacco Krzystof Zanussi ( 1969 ), i protagonisti e amici Marck e Jan sono stati promettenti allievi della facoltà di fisica. Poi le loro strade si sono divise. Marck ha scelto la carriera dedita alla scienza – non senza soddisfazioni pratiche. Jan predilige invece la vita di campagna, con la moglie, occupandosi di una stazione meteorologica. Marck non riesce a convincere l'amico a tornare all'attività di ricerca scientifica, pur prestigiosa. Ma quando Marck mostra a Jan i propri appunti, con ipotesi scientifiche originali sulla struttura del cristallo, il regista usa l'espediente di sospendere il dialogo, abbassato così a muto, e di rianimare il bianco e nero scabro ed essenziale della scena con vibrazioni di note musicali. La musica è relazione, ( ci dice l'autore ) rapporto di anime a colloquio, concordia discors di punti di vista pluriprospettici, esistenziali e vitali. Ma, comunque, è 'modalità relazionale', incastro di esperienze, reciproco penetrare di affetti e pensieri dell'uno nell'altro e dell'altro nell'uno; come il “Filosofo, fa musica” del platonico Fedone 61a riflette una verità più profonda della narrazione empirica esterna. “E io credevo che il sogno mi volesse incoraggiare a fare quello che facevo, cioè la musica che già facevo, in quanto la filosofia è la musica più grande” ( Socrate ). Mentre il sogno si riferiva propriamente alla “musica”. La 'musica', il 'musiken poiein', comprende e accoglie in sé la virtù della “temperanza”, come in Protagora 333, l'altro dialogo platonico che perviene a trattare lo “sciame delle virtù”, di cui è moderatrice – dialetticamente – la virtù 'modale' della temperanza. Così, il 'vitale' abbraccia: il punto o momento di scaturigine e incrocio tra sentimento e tempo; la 'relazione' interpersonale; la descrizione fenomenica e la sensibilità comune ( il 'gemein' di Goethe, nello stemma della “Teoria dei colori” del 1810 ); insieme il nesso io-cosmo; la tessitura complessa del rapporto, la 'lunghezza d'onda' in termini fisici, la 'musica' come modalità relazionale di affetti e pensieri, ed ancora il trans-colorare delle giacche nei Giocatori di carte di Cezanne (1890-1892), a seconda dei contesti filosofici, cinetici o artistici tolti in esame.

Inoltre, l'identità musica-filosofia, in quanto temperanza delle virtù e modalità relazionale tra la vita e le forme dell'anima, è approfondita in Timeo 87c – 88d: “Ora è ragionevole e conveniente, in contrapposizione alle cose dette, mettere in correlazione ciò che concerne la cura dei corpi e delle menti e in quale condizione si possono salvare. Infatti, è cosa più giusta che il discorso si soffermi di più sui beni che non sui mali. Tutto ciò che è buono è bello; pure il bello non è privo di miserie. Dunque, anche il vivente, per essere autenticamente tale, dobbiamo supporre che lo sia in giusta misura. (..) Dunque, chi ricerca il sapere oppure esercita molto l'attività razionale bisogna che procuri anche al corpo il suo movimento, prendendo dimestichezza con la ginnastica. E, a sua volta, colui che plasma il corpo in modo accurato bisogna che procuri, in compenso, le corrispettive attività della sua anima, facendo uso della musica e della filosofia tutta quanta, se veramente dovrà essere chiamato uomo bello e a un tempo buono a giusta ragione” ( sottolineature mie nel testo ).

L'armonia tra vita e forme, spirito e corpo, mente autocosciente ed esercizio fisico, tracciata da Platone, attraverserà tutto il pensiero antico, moderno e contemporaneo, fino alla dialettica delle forme da Kant a Croce, o alla psicoterapia e la “quadruplice radice dell'anima” in Carl Gustav Jung.

Pure, il quadro proposto è attendibile o almeno plausibile; ma non ancora del tutto esaustivo né soddisfacente. Anche il nesso sentimento-tempo, l'incrocio di dialettica e prospettiva, il maturarsi della “coincidentia oppositorum” nel movimento e nella relazione e il compimento della singolarità nella totalità attraverso la forma tetradica, possono rivestirsi di schematismo e di intellettualismo, punteggiandosi in uno schema e paludandosi in gelide maschere. Il 'vivente originario' può esser tradotto in soffio di morte; così come la ripetizione pedissequa dei “quattro”, nella varia fraseologia di Ulysses o Finnegans Wake, finisce a volte per stancare. Sempre governa la nostra dedizione all'interpretare, il momento in cui lo schema viene oltrepassato e calato nel reale, grazie alla 'durata reale', al tempo o al linguaggio che lo dis-occulta. “Come conoscenti fummo; come senzienti siamo; come agenti saremo”, compendiava la propria sintesi il teoreta della Critica del concreto Pantaleo Carabellese, maestro sia all'idealista Assunto che al fenomenologo Semerari. Ma il detto non ci soddisfece appieno. Ché, infatti, si sarebbe riproposta la tripartizione schematica, l'allineamento tra 'regioni' e 'momenti', la persistente 'spazializzazione del Tempo', senza la dèbita correzione: “In quanto conoscenti fummo; come senzienti siamo, ricordiamo di essere stati e stiamo per essere; come agenti, saremo”. Pregevole è la risorsa linguistica, che approndisce la dinamica dei tempi, là dove è possibile implementarla in senso qualitativo, e compenetrando il 'sentimento' con la 'memoria' e la 'prospettiva'. Questo è il senso originario e musicale del Tempo agostiniano; è il 'momentum' delle Confessioni X e del De Musica. Tutto ciò presiede alla giustificazione del 'diagramma' di assi, la cui 'misurazione' è giocata nelle forme trascendentali del tempo non già dei numeri ordinali né di segmenti spaziali. E la 'dialettica delle passioni' non è puntiforme né territoriale, atomizzata e resecata dal processo del suo farsi ( 'catarsi tragica', 'epifania' ); ma è  calata in un divenire, in un travaglio complessivo della coscienza morale ( in cui pietà e terrore si confermano espressioni culminanti ed esponenziali; comunque abitando un profilo di successione – simultaneità - permanenza ). Notevolmente, in senso processuale-prospettico, il Croce disse una volta della poesia che “in essa immane il passato, il presente e il futuro della umanità”. (14) Dialettica e tempo; dialettica e sentimento-memoria-tempo, sono sempre, per ciò, formazioni “correlative”. E quando non fossero assunte nè mantenute tali, decadrebbero a unilaterali statuizioni ( vacuo ottimismo e fatuo psicologismo o altrettanto unilaterale e vano pessimismo ), a “singolarità” resecate da ogni prospetto di “totalità”, epperò inerti ed improduttive. Si prenda, a conferma, e contrario, il caso della coincidentia oppositorum, lumeggiato, anche linguisticamente, da Sigmumd Freud, in pagine sempre acute ma non altrettanto profonde; rispetto alla più vasta latitudine della trepidanza della coscienza morale affermata nell' umanesimo romanzo ( la nostra 'sapienza dei secoli'; verso il carattere del 'doppio significato', 'a due facciate' ). 

“L'essenziale relatività di ogni conoscenza, pensiero o consapevolezza non può non trasparire nel linguaggio. Se tutto quello che possiamo sapere è visto come una transizione da qualco'altro, ogni esperienza deve avere due facciate e o ogni nome deve avere un doppio significato, oppure per ogni significato vi devono essere due nomi”. (15) La delucidazione 'dialettica' insiste nella analisi onirica e psicolinguistica di Freud: “In latino altus significa alto e profondo, sacer sacro e sacrilego, sussistendo qui pienamente i significati opposti senza modificazione della locuzione. La variazione fonetica per separare i contrari viene documentata da esempi quali clamare ( gridare )- clam ( piano, di nascosto ); siccus ( secco ) - succus  (succo ). In tedesco Boden significa ancor oggi sia la parte più alta che quella più bassa della casa. Al nostro bos ( cattivo ) corrisponde bass  (buono ), nel sassone antico bat ( buono ) si contrappone all'inglese bad ( cattivo ), e in inglese to lock ( serrare ) al tedesco Lucke ( apertura ), Loch ( buco ). In tedesco kleben  ( attaccare ), in inglese to cleave ( spaccare ); in tedesco Stumm ( muto ), Stimme (voce ) ecc. In questo modo anche la tanto irrisa derivazione lucus a non lucendo verrebbe ad avere un senso”. (16) Ancora: “Per esprimere 'senza' l'inglese dice ancor oggi Without, dunque 'consenza', e altrettanto fa il prussiano orientale. Lo stesso with, che oggi corrisponde al nostro 'con', significava originariamente non solo 'con' ma anche 'senza', com'è tuttora riconoscibile in withdraw ( ritirare ) e withhold  ( trattenere ). La stessa trasformazione ritroviamo nel tedesco wider ( contro ) e wieder ( insieme con )”. Poi ci sono le inversioni di significato, le inversioni fonetiche nel gioco dei bambini, i raddoppiamenti di radice: tutti elementi che sono confrontabili con il lavoro onirico e, per suo tramite, con le peculiarità dei contrari incorporati nella lingua egizia.

Conclusione, certo provvisoria, tratta dal Freud, è che: “ci è consentito vedere una conferma alla nostra concezione del carattere regressivo, arcaico dell'espressione del pensiero nel sogno”. (17) Ed è conclusione, che confrontiamo in un campo di letture contrastive del linguaggio dei contrari.

 Jung mantiene, da parte sua, la narrazione “anfibologica”: “La lingua che parlo deve essere ambigua, ossia a doppio senso, per adeguarsi alla natura psichica col suo duplice aspetto. Io aspiro coscientemente e intenzionalmente alla espressione anfibologica , perché questa è superiore alla univocità e corrisponde alla natura dell'essere. Se seguissi la mia inclinazione, mi sarebbe assai facile essere univoco. Non è una difficoltà questa, ma la si realizza a spese della verità. Io faccio echeggiare intenzionalmente tutti i toni concomitanti perché da un lato essi sono comunque presenti, e dall'altro danno un quadro più completo della realtà” ( Ricordi Sogni Riflessioni, a cura di A. Jaffé, ed. it., Milano 1978, pp. 435-436 ). “Perciò, - prosegue in un altro passo Jung – il fatto che un polarità stia alla base della dinamica della psiche significa che l'intero problema degli opposti, nel suo più vasto significato, è portato nella discussione psicologica, con tutti i suoi aspetti religiosi e filosofici. (..) Indipendentemente dalla loro pretesa di essere verità autonome, resta il fatto che, considerati empiricamente, (gli opposti) sono innanzi tutto fenomeni psichici. Questo mi sembra un fatto incontestabile” ( Energetica psichica, in La dinamica dell'inconscio, vol. 8 delle Opere, Torino 1976; Ricordi sogni riflessioni, cit., pp. 409-410 in: 385-414, Ultimi pensieri ).

Da parte sua, l'originale erede junghiano Hillmann ( 1926-2011 ), in Puer Aeternus ( 1999 ), tende al ripristino dell'uomo nella sua “totalità”, scoprendo: “E' solo quando si trovano nella fascia mediana che si ha vero conflitto: come Eroe e Padre, Puer e Senex si combattono”. “Tutti noi nella vita cerchiamo questa fusione. Cerchiamo una trasformazione del conflitto tra estremi in unione di uguali”. “Quanto più ci si avvicina agli estremi, tanto più chiaramente si evidenzia l'identità. Shakespeare ( in Come vi piace, II, VII, 164-167 ) ricongiunge i due estremi del continuum biologico quando osserva: 'L'ultima scena, infine, / a conclusione di questa varia e strana storia / è una seconda infanzia, puro oblìo, / senza denti, occhi, gusto, senza niente'. - Il Puer subisce una enantio-dromìa, convertendosi nel suo opposto, il Senex; offre l'altra faccia di Giano. In questo modo siamo condotti a capire che non esiste una differenza di fondo tra il Puer negativo e il Senex negativo, a parte la differenza di età biologica” ( ed. Adelphi, 1999, pp. 100-104; 111-119 e 135-151 ). In questo modo, Hillmann – junghianamente - vede non solo la unione dialettica di Puer e Senex, “tristia” e “hilaria” ( come nelle feste in onore di Attis ), 'abissi' e 'vette', abbattimento ed esaltazione, ma anche – con etimologia dedotta dall' Antica Cina ( su cui dovrò tornare ) -, tra “Lao – Tzu”, o “Lao” = Vecchio e “Tzu” = Fanciullo . (p. 100) Sul distacco tra padre e figlio, si sofferma lo stesso Hillman: “Da questa scissione ( i. e.: tra Io e Sé, coscienza e inconscio ) ci viene la sofferenza del conflitto padre-figlio e del silenzio che separa le due generazioni, della ricerca del padre da parte del figlio e della nostalgia del figlio da parte del padre, che sono la ricerca e la nostalgia del proprio significato da parte di ciascuno; nonché gli enigmi teologici del Padre e del Figlio” ( op. cit., pp. 120-121 ).

 Posso ricostituire il quadro comparativo delle dottrine e delle poetiche immaginative degli opposti.

Gli opposti sono sedimentati in una concezione 'regressiva' e arcaica, in Freud. Gli opposti sono compenetrati in una visione 'dialettica' e intensiva, in Croce e Bergson. Gli opposti sono vissuti nei 'toni concomitanti' dell' “archetipo” e della “enantiodromia”, in Jung e Hillmann. Gli opposti sono trattati in una visione 'prospettica' nella lingua e nella poesia italiana, dal Duecento a Leopardi. Gli opposti, infine, sono stratificati in una forma di 'neo-lingua' o 'bispensiero', per George Orwell.

Nell' “antico e dantesco italiano” ( come lo chiamò Croce nel 1933, per 'orientare' i lettori sul motto “Il mondo va verso..” ), spesseggiano 'pietade' o 'pietate'; 'viltate' o 'viltade' ( Inf. 2, 5; 5, 140; Par. 33, 19 ); 'volontade'  (Purg. 25,83 ) e 'volontate' ( Par. 29,63 ); 'veritate' ( Par. 4, 71 ); 'dignitate' ( Purg. 19,131 ); 'etate' ( Par. 19, 132 ); 'libertate' ( Par. 5, 22 e 31, 85; anche in rima con 'bontate' ); 'nobilitate' ( Inf. 2, 9); 'podestate' ( Inf. 3, 5; Purg. 18, 72 e 19, 135; Par. 31, 37 ); 'unitate' ( Par. 2, 138 ) e 'quantitate' ( Purg. 21, 133 ) o 'quiditate' ( di Par. 20, 92 ); 'deitade' ( Inf. 11, 46 ) e 'facultade' ( Inf. 11,44 ). Tutti questi termini vengono dal latino, a significare la disposizione complessiva dell'animo o di una condizione etica. “Pietade” vale: “Pietà”, o “angoscia”, o “disposizione ad amare” ( non “compunzione”, come vorrebbero alcuni esegeti neo-tomisti, di fronte al dramma di Paolo e Francesca ). In generale, sono le forme anche in *–anza ( derivanti dal provenzale o lingua franca, in *-ance ), a dipingere la “pienezza umana”, la “integralità del sentire”, la gamma del sentimento per cui passa la “tensione dialettica”, che si raccoglie in compendio nella guisa della 'polarità'.

Alcune di queste forme si sono perse o sono andate incontro a inevitabile troncamento, per ragioni pratiche e per uso comune; altre si sono mantenute, e quasi esaltate, nella grande poesia. “Beninanza”, per “benignità” ( Par. 7, 143 e 20, 99 ), a significare 'la volontà che vince per propria benignità', derivava dal francese; ma era già penetrata nella lirica del Duecento. In Dante, essa rappresenta i giusti che compongono l' Aquila, quindi il rapporto tra fede e salvezza. E la  maggior parte di codesti termini figura nel Paradiso, dove la prova stilistica è più ardua. Essi sono ad es.: 'dilettanza' per 'diletto' ( Par. 18,58 ); 'disianza' per 'desiderio' ( Par, 23, 39 ); 'distanza' ( mantenutosi in uso, da Par. 7, 9 ); 'fallanza' per  'errore' ( Par. 27, 32 ); 'fidanza' per 'fiducia' ( Par. 22, 55 ); 'nominanza' per 'nome' ( Inf. 4, 76 ); 'onranza', 'orranza' per 'onore' ( Inf. 4, 74 ); 'possanza' per 'forza' o 'potere' ( Par. 22, 57; 23, 37; 27, 36 ); 'rimembranza' ( mantenutosi e radicatosi in Leopardi, per 'memoria', Purg. 12, 20 ); 'sembianza' ( mantenutosi, in Purg. 12, 22; Par. 18, 56; 22, 53; 27, 34 ) 'speranza' (  mantenutosi e vagheggiato in Leopardi, da Purg. 21,38 e Par. 20, 95 ); 'usanza' ( per 'uso', e mantenuto nella tradizione, da Purg. 21, 42 e Par. 3, 116; 13, 22 ). Mentre per Freud, nel linguaggio e nel sogno, i contrari sono nettamente speculari, a 'doppia facciata', secondo diritto e rovescio; nella tradizione neo-latina e nella poesia italiana, i contrari coincidono col momento culminante di un complessivo travaglio della coscienza morale e vitale. Tutto ciò campeggia in Leopardi, con “Le Ricordanze” del 1829; le “Rimembranze” ( idillio del 1816, poi escluso dalla raccolta definitiva ); le invocate “Speranze, speranze”, e care “usanze”. Sì che, nello “Zibaldone” 1827-1829 – spiega Leopardi -: “Analizzate bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne nasce ( almen dopo la fanciullezza ) consistono total.(mente) o principalm.(ente) in rimembranze”. “La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch'egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo,si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago” ( 1828, p. 4426 ).

Anche il richiamo alla fanciullezza non ha un carattere “regressivo” ma “prospettico”, come si vede nella legge del campo associativo individuata da Emilio Peruzzi a proposito degli aggettivi in “A Silvia”: “ Fra le varie associazioni più immediate degli aggettivi (contrapposti o giustapposti ) emerge un'idea accessoria che trova il suo contrario nell'altro aggettivo, o nell'idea primaria dell'altro aggettivo”. “Ridenti e fuggitivi”, è come 'sorridenti e ritrosi': ma l'idea secondaria di “fuggitivi” , “che fugge” o “morenti”, sta all'incontrario di “ridenti”. E' un ossimoro, come per “lieta e pensosa”, dove l'idea secondaria o accessoria di “lieta”, cioè 'spensierata', è ossimorica rispetto a “pensosa”. Solo che l'aggettivazione contrastiva è scorciata in prospettiva, è temporalizzata, vissuta nella 'durata reale'. “Silvia, rimembri ancora / Quel tempo della tua vita mortale, / Quando beltà splendeva/ negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieta e pensosa, il limitare / di gioventù salivi ?”

(18) “Limitare” è idea accessoria di “limite”, “confine”, e ripropone il “presagio” di morte già avvertito per “mortale” ( con cui assuona in fine verso ), “fuggitivi” e “pensosa”: è la “soglia della negata giovinezza” e il “limite” stesso della vita. Il poeta, punto di vista per il filosofo, - e con Raffaello Franchini - “ci fa toccare con mano la struttura temporale dell'uomo, il suo continuo vivere in attesa, il suo proiettarsi verso il futuro, l'orrore e insieme il desiderio del non essere ancora”. (19) Silvia, “scorciata in una illusione e in una delusione”, è un exemplum di momento “prospettico”, come nell'indefinito di un' ellissi ( “Miei pensieri la sera..” ), in un gerundio - “il modo della sospensione, della continuità del tempo, dell'infinito, l'attimo in cui sorge nel Leopardi l'ansia della poesia” ( 'sedendo e mirando' ). “Il Leopardi parla, con poetica evidenza, di “innalzamento d'animo”. Benedetto Croce vedeva in ogni creatura della fantasia, non il riferimento biografico, ma “tutto l'umano destino, tutte le speranze, le illusioni, i dolori, le gioie, le grandezze e le miserie umane”. (20) E per correggere le deformazioni di una sua teoria estetica, nella nota I momenti poetici, chiariva:“Sarebbe come il caso di un uomo che parlasse col mezzo di ragionamenti o di esortazioni a un giovane per persuaderlo di un'opera buona da fare o di una verità, e a un punto del discorso si ampliasse in un moto d'anima che supera e distanzia il discorso precedente e che non è né esortazione né ragionamento né commozione sentimentale ma poesia”. Perciò, nella nostra “poesia della giovinezza” ( Leopardi, Montale ), e quindi nell'interpretazione generale della poesia come punto di vista per la verità dell'essere, il momento dialettico e drammatico è “dialettico e drammatico”, perché “prospettico”, o proteso verso l' avvenire. (21) Perciò, se si vuol ripetere con Sigmund Freud il carattere “regressivo ed arcaico” dell'espressione del pensiero nel sogno, bisognerebbe risalire – semmai – al carattere “originario” del “vivente” in Schelling ( 1810 ), o ridiscendere verso il carattere prospettico e cosmico che ci rivelano la grande poesia coeva allo Schelling ( Foscolo, Leopardi ), o l'estetica e l'ermeneutica di Croce ( 1902-1936 ), o guardare al carattere “archetipale”, di “quadratura” e di 'coincidenza degli opposti' ( 'La création du Premier Mandala', 1916 ), in Carl Gustav Jung, con l' Aurora Consurgens del Codex Rhenovacensis 172, 10v, della Biblioteca Centrale di Zurigo, dove Sol e Luna, luce e ombra, giorno e notte si affrontano lancia in resta, rispecchiandosi mirabilmente nei volti e negli scudi dei cavalieri. Certo, Jung stesso è attratto dal paradigma dell' “Ombra”: “La figura dell' Ombra impersona tutto ciò che il soggetto rifiuta di conoscere e tuttavia continuamente – in modo diretto o indiretto – gli si impone: ad es., tratti inferiori del carattere e altre tendenze incompatibili”. Oppure: “L'Ombra è quella personalità celata, rimossa, per lo più inferiore e colpevole, che con le sue estreme propaggini rimonta al regno dei nostri antenati ancestrali e così abbraccia l'intiero aspetto storico dell'umanità”. (22) Ma tutta l'insonne indagine junghiana, a proposito di “Psicologia e Alchimia”, serba una ricerca delle origini della coincidentia oppositorum, come l' “archetipo”, ricerca che è anche avviamento verso la ripresa di speculazione sulla “dialettica”, vista come la esperienza “vitale” degli opposti, e tale da precedere la “dottrina della dialettica” con formulazione triadica, che ne aveva dato lo Hegel ( tesi – antitesi e sintesi ), estendendola dalla sfera teoretica a quella storica fenomenologica ed estetica, come una sorta di camicia di forza per la storia del pensiero e il processo evolutivo della civiltà. Due altri autori grandeggiano per l'analisi linguistica dell'inconscio, intervenuti a sfaccettare diversamente le coniazioni di Freud e Jung: la 'Psicopatologia' di Eugène Minkowski, che illustra con sapienza il significato “prospettico” della paroletta “Verso...”, formata da cinque lettere in cui “passa il soffio dell'umano”, come l'aprirsi a ventaglio sul futuro ( tematica a noi cara per le straordinarie affinità con il futuro aperto dell'umanismo storicistico, oltre che con la “Lettura di Benedetto Croce: Il mondo va verso..”); e il contributo essenziale di Erich Fromm, nell' Anatomia della distruttività umana; in Avere o Essere e specialmente nell' analisi del mito e del sogno, The Forgotten Language ( 'Il linguaggio dimenticato' ), ove l'autore compone una profonda lettura del protagonista del Processo di Kafka, Josif K., del cui temperamento Fromm dimostra il carattere “ricettivo”,  con bisogno e penuria di affetti allo stesso tempo; oltre a porgere occasione per la rilettura del “Matriarcato” di Bachofen. “La relazione attraverso la quale il genere umano ha cominciato a progredire nella civiltà è il principio matriarcale. Tutto lo sviluppo della civiltà, la devozione, la cura, e il lutto per i morti sono radicati in essa”. Così, la “origine dell'umanità è essa medesima risultato di un processo, d'uno svolgimento e di un cammino”. Al “ribrezzo eraclitèo pel cadavere”, consegnato al fr. 96: “I morti sono da allontanare anche più del letame”; e all'episodio narrato da Erodoto I, 214, a proposito della vendetta compiuta dalla regina dei Massageti Tomiri sul cadavere di Ciro caduto in battaglia, dove Erodoto usa due espressioni diverse, i “morti” per gli altri Persiani ed il “cadavere” per Ciro, in quanto oltraggiato secondo la minaccia preavvisatagli ( contesti che provano per la fase più antica quella del ribrezzo per il cavavere e la sua impurità ); mentre il principio dell'amore e della pace, della devozione e della pietà, rappresentato emblematicamente da Antigone  e dalle “leggi non scritte” rispetto a Creonte, con ritmo vichiano converte il “negativo” in “positivo” e fa sì che l'utile si risolva in etica, o – per dimenticare il terrore del fulmine – l'uomo scopre le nozze e le gioe d'amore ( con le sepolture, tribunali ed are ). “Questa coscienza dell'antico e del primitivo, nei suoi caratteri distintivi, sempre che sorge o si rinnova, è cosa di gran rilievo per l'intelligenza storica. Senonché essa richiede non il rifiuto ma il rinvigorimento e l'approfondimento della filologia, non la diminuzione ma l'accrescimento del rigore critico”, obietterà poi il Croce. “Il Bachofen fu portato alla sua conversione metodologica dalla forte tendenza religiosa. Il Marx e, più specialmente, l'Engels, che della teoria del matriarcato si valsero nella loro storia delle origini della famiglia e della proprietà privata per inferirne una legge di ritorno delle società umane al comunismo primitivo, tirarono l'acqua al loro mulino, e lasciarono da parte i motivi religiosi di quella teoria”. (23)

Tutto ciò ci immette nei confini della “neo-lingua”, nell'antiutopia ( così spesso tragica e deserta ) della modernità, che abbiamo anticipato sotto il nome e il segno di “1984” di Orwell, chiamando in causa la “stratificazione dei sentimenti”, allorché questa prende il campo della “dialettica delle passioni”, che è invece indizio di creatività e fervore nell' opera. Così, appare chiaro che, dove si sedimentano gli “strati psichici”, nello stesso istante si impongono, come forme di “malattia”, il “non detto”, l' Ombra testé rivisitata, la penuria esistenziale e vitale ( con parziale recupero della “regressione”, scoperta dal Freud). Al contrario, quando gli “strati psichici”, le sedimentazioni, l' “Area cieca”, si sciolgono nella temporalità o temporalizzazione, e cioè si riadducono a un processo che le veda '*e-sultare', in senso etimologico, 'salire a galla' o 'saltar fuori'; lì è la “guarigione” o la premessa di ritrovata salute psichica.

Alla fine di 1984, prima che Winston Smith accetti il Potere-Iddio, impostogli dall'aguzzino O' Brien, Orwell gli intravede nell'anima – con i ricordi più segreti dell'infanzia -: “Uno straordinario miscuglio di sentimenti ( ma non era esattamente un miscuglio, erano piuttosto strati successivi del sentire, dei quali non si poteva capire bene quale fosse l'ultimo ) prese a combattergli dentro”.

E' la elegante versione italiana proposta da Gabriele Baldini dell'originale: “An extraordinary medley of feelings – but it was not a medley, exactly; rather it was successive layers of feeling, in which one could not say wich layer was undermost – struggled inside him” ( p. 319 ). In tanti casi, c'è una “funzione Proust”, ma di un Proust “sliricato”, in Orwell. “Ma qualche volta Winston doveva aver gustato della cioccolata come quella che gli aveva portato la ragazza. La prima sensazione di profumo gli aveva risvegliato un certo antico ricordo che non riusciva a delimitare chiaramente, ma che senza dubbio era potente e sconcertante” ( pp. 143-148 ). Ma si tratta di una “reinterpretazione tipica della esperienza saggistica e scaltrezza letteraria di Orwell, specie della lancinante 'dialettica di sentimenti' pietà-terrore, attrazione e sconcerto, desiderio di affetti e impossibilità di affetti, che gioca al fondo della sua 'fucina' interiore e fantastica. E quindi è una 'funzione Proust' ( i ricordi della madre e della sorella nell'acqua ) che sùbito s'interseca, rapporta e cala in una 'funzione Kafka', intendendo per 'funzione Kafka' la tragica deprivazione di umanità e di affetti, cui si contrappongono la nostalgia, il rimpianto e il bisogno ( tanto più potenti quanto più sepolti nell'inconscio e segreti ) degli affetti stessi”. (24) La 'funzione Kafka' si porge in tutti i passaggi ove Orwell descrive minutamente la polvere sul pavimento e l' attrazione per la donna, esemplate sullo stile del  Processo. Sì che, alle estreme battute del grande romanzo dis-topico, Orwell vede la 'resa' di Winston Smith: “I suoi pensieri vagavano ancora. Quasi inconsciamente egli scrisse con le dita sulla polvere del tavolo: 2 x 2 = 5. 'Non possono entrarti dentro', aveva detto lei. Ma essi potevano entrare dentro. 'Quel che ti succede qui è per sempre' aveva detto O'Brien. Era una frase giusta. C'erano alcune cose, le proprie azioni, per es., dalle quali non si poteva guarire. Qualcosa veniva ucciso dentro al petto: bruciato, cauterizzato”. “Bruciato e cauterizzato”; “sepolto” e “abbassato” nella “stratificazione dei sentimenti”; “Ferito a morte” ( si direbbe con il nostro Raffaele La Capria ). L'analisi scopre il linguaggio, la parola, il 'ritmo', per tentare la terapia. La poesia esprime l'inviscerarsi della malattia di fronte al Potere, la discesa negli abissi della psiche, il linguaggio capovolto del 'bis-pensiero' ( o double Think ). Ma si badi:

“Undermost Layer”, vale meglio “lo strato più sottostante”,  che non “l'ultimo strato” ( nella traduzione di Baldini del capolavoro orwelliano). E' come se codesto inarrivabile piano di “fondo”, e non di “sfondo”, si contrapponga alle “false memorie”  ( “It was a false memory. He was troubled by false memories occasionally” ), subentrate per introiezione del sistema di potere nella coscienza di Winston Smith. - 'Non possono entrarti dentro' – 'Sì, possono farlo e per sempre', è l'alternativa tragica dettata dal Potere assoluto. Junghianamente, lo strato 'più sottostante' è anche la “maternità”,  l'archetipo, la più segreta risorsa, il 'vivente originario', la 'fucina' ( a seconda dei contesti linguistici o categoriali adottati e prescelti ). Noi vediamo Jung e Proust e Kafka in Orwell; Jung in Joyce; Joyce in Orwell; in una interpretazione complessiva del carattere realistico, coestensivo o pluri-prospettico del “vitale”. (25) La felicità del 'gioco'  - così ricordiamo - nella prima infanzia viene respinta dalla mente di Winston; come la “grazia del gesto” della ragazza bruna, che gli viene incontro in sogno al principio del romanzo, sembra annullare un'intiera cultura, un intiero sistema filosofico. “Anche quel gesto apparteneva ai tempi trapassati. Winston si svegliò con la parola 'Shakespeare' sulle labbra”. (p. 54)

4. La fondazione della concezione hegeliana del finito e la teoria del giudizio

Procedendo verso un' ulteriore assiomatizzazione del “vitale”, sulla scorta di tali flussi incrociati delle rispettive espressioni logiche e artistiche, si precisa che il “vitale” contiene un carattere “realistico”, dal momento che rivisita la nozione classica di “Mimesis”, 'rispecchiamento' e aderenza alla realtà, limite per il pensiero; un carattere “coestensivo”, perché legato a ogni forma di attività, o creatività, estetica, logica, utilitaria ed etica, come sentimento di piacere e dispiacere; e infine, “prospettico” e “pluriprospettico”, nel “duplice senso che si intesse di tutta la gamma del sentimento per cui passa quella tensione dialettica, e che proprio perciò si costituisce in compendio nella guisa di 'polarità'; e nell'altro senso, che col primo forma tutt'uno, che in codesta 'raccolta o concentrazione di forze spirituali' si adempiono i 'parti dello spirito teoretico e pratico' e si fonda, come caso, e incremento, particolare, la teoria del giudizio storico-prospettico e il circolo di pensiero e azione”. (26)

La critica di Adolfo Trendelenburg alla dottrina hegeliana del finito, onde Hegel avrebbe anticipato alla deduzione le proprie premesse, e cioè il 'movimento', attinto per 'intuizione', a 'essere' e 'nulla' ( critica che secondo Enrico Berti riposerebbe su fondamenti aristotelici ), tale critica non si giustificherebbe sino in fondo, se non si trovasse un “genere” comune alla concezione del finito, un intiero ( Das Ganze o 'totalità' ) entro cui si stabiliscono le singole determinazioni finite della dialettica. E questo “intiero”, questa categoria della Totalità, altro non è che il “sentimento”, l'integralità del sentire, la latitudine e profondità delle passioni entro cui scorre la particolarità delle singole determinazioni. (27) In questo caso, la premessa “urtante”, “inevitabile” e “imprevedibile” della dottrina della dialettica, del pensiero o dell' Idea, è – appunto – il “vitale”, come la “pienezza e vastità del sentire”. Addirittura, lo stesso panlogista e idealista Giorgio Hegel, a proposito delle origini dell' opera d'arte, nelle Vorlesungen uber die Aesthetik del 1831, enucleava il motivo della “pienezza della vita” ( Ueberfulle des Lebens ), integrando: “Cattivo segno quando un artista si accinge all'opera, movendo non già dalla pienezza della vita, ma da un complesso d'idee astratte “ ( I, pp. 66-67 e 353: cfr. Croce, Estetica. Parte storica, Adelphi, Milano 1990, pp. 384-385 ).

Tuttavia, il nesso vita-forma, pensiero-azione, prevedibilità-imprevedibilità, conosce una recondita ( forse non del tutto esplorata) “reciprocità”; nel senso che le 'stratificazioni' del sentire e la stessa 'dialettica delle passioni' generano dal loro seno la luce della teoresi, l'intervento della mente autocosciente, la nascita del “Giudizio”; e che tale consapevolezza – conquistata nel “ritmo” di cui parlano la psicologia analitica e la psicopatologia – opera in aiuto nei casi di “guarigione”. Ma, nel far ciò, presenta o ri-presenta gli stati psichici nella 'coincidentia oppositorum', in forme impreviste o insperate. Ed è come se, procedendo più a fondo nei recessi della psiche e nelle stratificazioni dei sentimenti ( che l'analisi porta a galla e ad espressione linguistica ), ad ogni fase 'progressiva' ( e non più 'regressiva' ) dell'esistenza, puntualmente rispuntino gli 'opposti' e la loro germinazione, considerata e assunta nella consapevolezza del pensiero. Grande è l'implicazione reciproca delle forme. Torneremo per un attimo a Kant, Freud e Jung; e al caso di “Alberto”, giovane campione  nella metodica della “comunicazione facilitata”, a proposito di 'autismo'.

Prima del proprio distacco da Freud ( “Solo più tardi mi resi conto che la tendenza al ritmo non proviene affatto dalla fase nutritiva donde sarebbe passata in seguito in quella sessuale, ma che rappresenta un carattere peculiare di tutti i processi emotivi in generale”, scrive Jung in Simboli della trasformazione ), (28) in uno studio del 1904-1905 sullo Schematismo delle associazioni nei soggetti normali, l'analista filosofo esplicitamente risale a Kant, pur in uno schema complesso che rivela la sua ambizione di esaurire tutto il campo delle possibilità logico-associative cosiddette “normali”: “1. Associazioni interne: a. per Raggruppamento, b.  Relazioni di qualificazione, c. Relazioni causali; 2. Associazioni esterne: Coesistenza. Identità. Forme linguistico-motorie; 3. Reazioni al suono; 4. Reazioni miste; 5. Reazione egocentrica: Idee di riferimento dirette, Giudizi di valore soggettivi; 6. Perseverazione: Connessione con una parola-stimolo, Nessuna connessione con una parola-stimolo; 7. Ripetizione della reazione; 8. Connessione linguistica: Stessa forma grammaticale, Stesso numero di sillabe, Concordanza fonetica.” - Ho appena semplificato il composito quadro giovanile junghiano delle associazioni, dal momento che preme riportare l'assunto neokantiano di fondo, rivendicato a proposito  delle Relazioni di qualificazioni, pertinenti alle 'Associazioni interne'. “Come è noto, - scrive Jung – Kant divide il giudizi in analitici e sintetici. Questo principio di classificazione logica è valido per noi solo perché, in un giudizio analitico, viene presentata una parte del concetto ( cioè un predicato ) che è necessariamente inerente al concetto stesso. In tal modo nel giudizio viene dato ciò che già implicitamente esiste. Invece nel giudizio sintetico al concetto viene aggiunta qualche cosa, che non è già necessariamente contenuta nel concetto”. (29) L'importante è che Jung ne deduce implicazioni psicocritiche con opportuni adattamenti ad hoc della dottrina del trascendentale in Kant. Adotta, perciò, gli esempi “matita/lunghezza”, per i giudizi analitici, e “padre/ preoccupazione” per i giudizi sintetici. “Nell'associazione matita/lunghezza, lunghezza è sostanzialmente contenuta nel concetto, o coesiste con esso, mentre in padre/preoccupazione il concetto preoccupazione aggiunge qualcosa di nuovo e provoca perciò uno spostamento del concetto”. A questo punto, Jung fa propria la revisione della demarcazione tra concetti astratti e concetti concreti, affine a quella dedotta da Croce in Logica come scienza del concetto puro ( del coevo 1905 ), tra giudizio individuale e giudizio definitorio.

“Si può tentare di risolvere il problema solo quando nei singoli casi è possibile distinguere tra un concetto astratto e un concetto concreto. Sappiamo che Zichen ritiene di aver fatto questa distinzione interrogando direttamente anche i bambini. Noi non solo consideriamo questo metodo estremamente inattendibile, ma troviamo anche molto difficile distinguere tra concetti astratti e concetti concreti. Quando do un nome ad una rappresentazione mentale, tale rappresentazione  è costituita dalla considerazione di molti ricordi, il cui aspetto maggiormente concreto o astratto dipende da differenze minime dell'acutezza percettiva.In molti casi anche persone psicologicamente preparate avrebbero difficoltà a decidere se nella coppia casa/tetto sia ravvisabile un tetto concreto o un tetto astratto” ( op. cit., pp. 32-33 ). Perciò Jung ritorna al Kant 1781 della prima Critica.

 Ma in quale nuova topica del giudizio, ciò accade? - In una nuova idea della quaternità o tetrade, conquistata attraverso l'allargamento all'esperienza, e la sua aggiunta “vitale” al concetto.

In effetti, i giudizi analitici o esplicativi – aveva detto Kant - sono quelli in cui il predicato conviene al soggetto, come qualcosa che vi è appartenuto implicitamente. I sintetici, o estensivi, sono quelli  - invece – il cui predicato si trova al di fuori del concetto contenuto nel soggetto, benché in connessione col medesimo. Esempi: 'tutti i corpi sono estesi' ( giudizio analitico ); 'tutti corpi sono gravi' ( giudizio sintetico ). Per Jung, corporeità/estensione va a combaciare con matita/lunghezza; mentre corporeità/gravità corrisponde perfettamente a paternità/preoccupazione. E' a questo punto che il 'ritorno a Kant' ( se così si può dire nella storia del pensiero, ove ogni tema problematizzato assurge alla dimensione del 'ritorno' ) va sospinto ancora più innanzi. Nella propria e originaria dimostrazione, Kant aveva dedotto per i giudizi sintetici: “Al contrario, sebbene nel concetto di corpo in generale io non includa punto il concetto di gravità, quel concetto tuttavia rappresenta un oggetto dell'esperienza mediante una parte di essa, alla quale io posso aggiungere ancora altre parti della stessa esperienza, che non siano appartenenti al concetto. Posso prima conoscere il concetto di corpo analiticamente per le note dell'estensione, dell'impenetrabilità, della forma ecc. che sono tutte pensate in questo concetto. Ma poi estendo la mia conoscenza, e ricorrendo di nuovo all'esperienza, dalla quale ho tratto il concetto di corpo, trovo con le note precedenti legata costantemente anche quella della gravità, e l'aggiungo quindi sinteticamente, come predicato, a quel concetto”. - “Sull'esperienza, dunque, si fonda la possibilità della sintesi del predicato della gravità col concetto di corpo, perché questi due concetti, sebbene l'uno non sia compreso nell'altro, tuttavia, come parti di un tutto, cioè dell'esperienza, che è essa stessa una connessione sintetica delle intuizioni, convengono l'uno all'altro, benché solo in modo accidentale”. (30)

Ora, l'esempio discusso da Jung di giudizio 'sintetico' padre/preoccupazione risponde allo schema kantiano di 'estensività', tratto dall'esperienza, del 'giudizio sintetico'. In effetti, è esattamente estendendo i requisiti della paternità, e cioè ricorrendo a un ampliamento dell'esperienza, che l'aspetto etico della preoccupazione viene aggiunto alle note implicite nell'idea di paternità ( ad es., l'aver generato figli, seguìto la loro crescita, palpitato e trepidato per le condizioni di salute, accompagnato il loro sviluppo psicologico e relazionale, esultato per i loro successi o sofferto empaticamente per gli insuccessi, e così via ). Così, l'idea di “preoccupazione” si propone nella sintesi del giudizio di paternità, proprio quando si ricorre di nuovo alla esperienza e, così facendo, la si riscopre come un tutto, o una connessione sintetica delle sue intuizioni ( rappresentazioni di paternità ), fondandovi sopra il riconoscimento di un altro aspetto, la preoccupazione e la cura.

Aspetto che conviene al concetto di paternità, in modo mediato, dal momento che l'allargamento dell'esperienza interviene a fondare la condizione -“vitale”- della sollecitudine, cura e trepidazione per l'esistenza e la storicità del figlio. Il calzante, e nuovo, esempio rinvia alla “connessione nuova e sintetica” delle forme dell'esperienza, impegnando la sintesi di gioia e dolore, timori e speranze, entusiasmi e delusioni, che caratterizza il “progetto e concetto della paternità”: progetto  che, come sintesi di polarità affettive, e dunque “dialettica delle passioni”, può arrivare a “mediarsi” e “com-pendiarsi” nella “cura”, “preoccupazione”, “angoscia” esistenziale ( vedansi, in ermeneutica filosofica ed estetica, il 'Sacrificio di Isacco' di Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi;  'Paesaggio con caduta di Icaro' di Pieter Bruegel il vecchio; 'Dedalo e Icaro' di Antonio Canova, e gli altri emblemi da me raccolti nella “nuova teoria del Giudizio” ). Allora, il referente oggettivo del giudizio sintetico, esteso in psicologia analitica, postula un ampliamento del contenuto 'vitale', un ricorso alla 'dialettica delle passioni', su cui si fonda la 'connessione sintetica' dell'allargamento estensivo della esperienza. Ma tutto ciò provoca: a) la coscienza di una più stretta implicazione di teoria e prassi; b) la proposta di nuova teoria del Giudizio.

Così, il giudizio analitico è apriori, universale e necessario ma non estensivo. Il giudizio sintetico è a posteriori, fecondo e ricco della esperienza ( intuizione ), in cui l'amplificazione è una aggiunta del predicato al soggetto, desunta dalla connessione esperienziale, assunta come un tutto e non solo come una parte. Ne deriva non solo che i giudizi matematici sono tutti aposteriori e sintetici, perché solo l'intuizione ci fa vedere la complessità dei dati che li costituiscono ( Kant, Introduzione VI.I, alla Critica del 1781 ); ma, specialmente ( ed è l'acquisto ora procurato ), che i giudizi attinenti la psicologia e l'etica sono tutti 'sintetici' e 'a posteriori', perché la 'connessione' esperienziale, intesa come esperienza 'vitale', è la 'conditio sine qua non'  per lasciarci intuire la 'ricchezza' dei dati affettivi che la costituiscono ( cura, preoccupazione, trepidazione, timore e speranza, piacere e dispiacere, cautela e ardimento, amore - dolore ). Si è così ricostituito il quadro trascendentale dei 'giudizi'. 

Non basta: “Tutti i giudizi attinenti la psicologia e l'etica, in quanto sintetici e aposteriori, sono 'tetradici' e 'pluriprospettici' ”. Dunque: “Tutti i giudizi sintetici sono tetradici e plurisprospettici”.

Abbiamo visto che Jung, andando avanti sulle orme anche di Vico e Croce ( non sappiamo con quale grado di consapevolezza filologica ), riscopre il mito, il 'mandala', la grande idea topica della 'quaternità', corrispettiva, nella struttura del giudizio psicologico o esistenziale, alla 'tetrade' adottata da Croce  per spiegare lo svolgimento in quattro momenti della circolarità delle forme spirituali.

Jung vede la quaternità anche nel simbolismo della messa di rito bizantino, quaternità che “ha carattere di totalità”: “Jesus Christos Ni – Kà” ( “Gesù Cristo vince” ), per l'ostia divisa in quattro; nel rapporto tra Oriente e Occidente, per il “Quadruplice grande sentiero”  nel Commento al Libro Tibetano della grande liberazione, e nel Libro Tibetano dei morti per le “quattro forme di saggezza”

rappresentate dai quattro colori, il Bianco come sentiero di luce della saggezza, il Giallo come sentiero di luce della purità, il Rosso come il sentiero di luce che discerna e il Verde, per il sentiero di luce che tutto opera ( v. Psicologia e religione, ed. it., 1993, pp. 212, 491-523 e 524-538 ).

- Ma come può il giudizio essere strutturato per la 'quaternità' ? E in quali modi può assumere nel proprio quadro categoriale non solo l'idea astratta, archetipica, ma la forma e la organicità 'vivente', della tetrade ?

Per non soffrire ( come nella psicologia analitica o nell'analisi di 'padre/preoccupazione' ), il Giudizio è necessariamente 'quaternità' relazionale': all'interno, come forza e capacità di controllo; all'esterno, come capacità di previsione che impegna il fattore tempo in quanto anticipo, il 'colpo d'occhio' dell'arciere prudente di Machiavelli o il 'giudizio percettivo' di Croce ( perciò: attività logica di discernimento ); come 'prudenza' ( etica ) per non favorire ingenuamente chi attacca attaccandolo e rendendolo così più pericoloso, ma ricercando intese e forme di 'agire comunicativo' ( direbbe Habermas ); infine, come aspetto 'ludico' o 'leggerezza',  che realizza il momento estetico, l' 'Oasis' di Fink o il 'Gioco' di Caillois, consentendo di 'addomesticare' la sofferenza.

Per non soffrire, è opportuno incorporare – nel Giudizio – la 'quaternità' delle possibilità esistenziali ( 'utilitarie' o di convenienza; 'logiche' o di percezione e discernimento critico; 'etiche' o di intesa e agire comunicativo autentico; 'estetiche' o di creatività e fantasia, anche ludiche ). Ognuno articola questi passaggi, riempiendoli di vari contenuti pratici, in base alla propria formazione e soprattutto alla propria esperienza 'vissuta' ( 'Erlebnis', dice Dilthey ). Ma, in fondo, è come se ci sorridesse vicino il genio di Wolfgang Goethe, che insegnava a usare per “sistole e diastole” tutte le forze spirituali, per ritrovare l'armonia dialettica e psicologica dell' Io. In 'analisi transazionale', ad esempio, si allegano le quattro forme ( “Potenze” ) del cambiamento, come Potenza vera e propria ( momento utilitario o Forza ); Protezione ( determinazione di mezzi tempi e modi dell'azione, Percezione ); Perdono ( intesa Etica ) e Permesso ( momento estetico e ludico, o Leggerezza, che si connette alla persona nella sua integralità ). Certamente, se il caso tipico di 'padre-preoccupazione' si innesta sulla metodica dei modi categoriali ' memoria-tempo'  e 'sentimento-dialettica delle passioni', riportando alle forme trascendentali del tempo 'successione-simultaneità-permanenza' per la processualità dei modi categoriali stessi, il giudizio sintetico apriori può dirsi un 'giudizio di quaternità' secondo le forme ideali del tempo, che innescano il 'passaggio' all' interno della quaternità. Concludo che tutti i giudizi sintetici a priori sono prospettici o pluriprospettici, modali, relazionali e temporali. Ed elaboro una Tavola del giudizi sintetici a priori, coonestando le funzioni aristoteliche dell'anima, le leggi dello schematismo trascendentale di Kant, il nesso dei distinti e il circolo tra pensiero e azione nella tetrade di Croce, con gli apporti della psicologia analitica e dei princìpi di associazione junghiani. Al centro modulare della Tavola lavora la implicazione di teoria e prassi, onde la conoscenza entra nell'azione, orientandola bensì ma non determinandola; e l'azione, il problema vitale e l'esperienza danno impulso al pensiero sollecitandolo a risposte sempre nuove e circostanziali. Ed è la “contemporanea presenza attiva delle forme”, su cui si travaglia Carlo Antoni. (31) Non vi può essere una facile precettistica, una facile panacèa per i mali dell'uomo ( forse neanche la pur nobile e classica “Saggezza antica” di cui parla convintamente e ripetutamente Giovanni Reale ), (32) filosofia 'minima' o in pillole; dacché il reale è sempre imprevedibilità e sorpresa, e molte volte l'impaccio e l'inganno ci si rivelano proprio dove non sembrerebbe sussistere alcuna difficoltà; e dove invece tutte le forze spirituali sono all'erta per parare i colpi dell' 'agire strategico', non si ritrova poi grande ostacolo. Accade nella vita, nella scuola, nei giornali e nell'economia, nell'amministrazione dello stato e della giustizia. Ma proprio perché la risposta al 'problema' ( 'Die Frage', dice lo storicismo tedesco, da Gustav Droysen in giù ) non è uno schema, non è un precetto, una dispensa e nemmeno un'indulgenza, ma un dramma, un travaglio, un impegno dialettico di tutte le forze vitali, proprio per questa ragione ( e non perché una astrazione ), la risposta è nell' articolazione, nella 'quaternità', nella 'tetrade' o nel 'Ge-viert',  Terra – Cielo – Mortali – Divini ( come rispettivamente in Jung, Croce, Heidgger ). Quindi, non essendo schematica né precettistica, la tetrade dei vissuti esistenziali ( logica, etica, utilitaria o estetica ), cui l'allargamento dell'esperienza rinvia, è anche una compenetrazione dei momenti reciproci, come – in una stupenda immagine del Vico - l'acqua del mare è più dolce in corrispondenza della foce dei fiumi. Allora, la 'dolcezza' penetra nella 'forza', il 'simbolo' estetico nel 'segno' rigorosamente logico, la opportunità 'economica' o l'aristotelica 'ofelimità' nella coscienza morale dell' 'intesa', e il discernimento del 'Giudizio' immane all''orizzonte della 'decisione' e dell'atto volitivo. Facile a dirsi; difficile a compiersi: è un poco il sigillo della “Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva” e della “Epistemologia come Logica dei modi categoriali” ( Bari, 1999-2000 ), cui ha portato il giro delle riflessioni sul 'vitale'.

 Alla fine, per questa parte, della teoria dei giudizi pluriprospettici, si raccolgono, a giustificazione del rapporto tra le forme spirituali, gli appelli alla “vita”, rivolti da Erwin Schrodinger in Scienza e Umanesimo; e al “di più vita”, dall'epistemologo Giulio Preti in Retorica e Logica. (33)

“Girando il mondo, ritroverai la tua anima”. “Progress”, etimologicamente, denominavano gli antichi sassoni il “giro” dei castelli o delle chiese, svolto dal signore o dall'arcivescovo. “Giro” è il “progresso” o lo “svolgimento” spirituale, in senso filosofico, del circolo che involge i momenti della Quaternità, o Quaternium. Il giudizio 'pluriprospettico', che lo riflette, costituisce la nuova forma del giudizio sintetico a priori, il 'giro dell'anima' – immensa - che affascina la scienza, come nell'analisi psicologica di Jung o Hillmann, Fromm e Minkowskj e – si consenta il raffronto – come si pro-duce per le suggestive 'Vie dei Canti' di Bruce Chatwin. (34)     

5. Psicologia e medicina

Nella cura di forme patologiche, depressione e schizofrenia, impostata dai fondatori della psicologia analitica e della psicoanalisi, si impone il caso dell' “autismo”. Recenti esperimenti all'ospedale parigino della Salpetrière, condotti dal neurofisiologo Paul Bejjani, hanno dimostrato, ad es., la influenza dei gangli di base, strutture situate nella profondità dell'encefalo, nel provocare alterazioni significative della motricità, quali si verificano nel morbo di Parkinson, nelle guise di 'cartellini' appiccicati alla corteccia prefrontale e considerati dalla memoria ( Alberto Oliverio, La felicità emerge se siamo disposti ad essere felici, “Corriere Scienza”, 7 novembre 1999 ). Si dispiega la grande efficacia della 'narrative medicine' e dei rapporti tra filosofia psicologia e anima. L'autore dei Risvegli, in casi conclamati di 'autismo', Oliver Sacks scrive, dopo aver collegato casi di encefalite con atti e tratti 'autistici': “ Mi sento medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse io sono anche, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall'aspetto romantico non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana per eccellenza, la malattia. Gli animali si ammalano, ma solo l'uomo cade radicalmente in preda alla malattia”. Dopo aver citato Goethe in visita all' Orto botanico di Padova nel 1780 ( “Gli antichi dicevano che gli animali erano istruiti dai loro organi. Io direi di sì; ma anche noi, a nostra volta, insegnamo loro” ), Oliver Sacks afferma, in conclusione di Neurology and Soul: “Con l'esperienza, l'educazione, l' arte e la vita, noi insegnamo ai nostri cervelli a diventare unici. Impariamo ad essere degli individui. Questo approfondimento è sia neurologico che spirituale, così che considero unite la neurologia e l'anima, in un mondo che renda dignitosa la neurologia e non indegna l'anima”. (35)  E, soprattutto, chiarisce Sacks: “Senza memoria, la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coscienza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”.

Così, il riportarsi alla “vita” si spiega nella “Autobiografia come cura di sé”, nel Raccontarsi di Duccio Demetrio ( Cortina, Milano 1996 ). “C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito”. E, anche qui, precedono le fondamentali acquisizioni di James Hillmann: “L'intera attività terapeutica è in fondo questa sorta di esercizio immaginativo, che recupera la tradizione orale del narrare storie. La terapia ridà storia alla vita”; (36) con la lezione del già valutato Carl Gustav Jung. “Per poter cogliere le fantasie che mi sollecitavano dal sottosuolo, dovevo, per così dire, sprofondarmi in esse: cosa che provocava in me non solo una violenta opposizione, ma una vera paura. Temevo di perdere il controllo di me stesso e di divenire preda dell'inconscio e, quale psichiatra, sapevo fin troppo bene che cosa ciò volesse dire. Comunque, dopo lunghe esitazioni, mi resi conto che non c'era altro modo di venirne a capo. Dovevo accettare la sorte, e dovevo tuttavia osare impadronirmi di quelle immagini, perché altrimenti correvo il rischio che fossero esse a impadronirsi di me”. “L'autobiografia è la mia vita esaminata alla luce delle conoscenze acquisite con le ricerche scientifiche. La mia vita, in un certo senso, è stata la quintessenza di ciò che ho scritto, e non viceversa. Ciò che sono e ciò che scrivo sono una cosa sola. Tutti i miei pensieri e le mie aspirazioni. Questo io sono”. “Lo spazio dell'anima è incommensurabimente  grande e colmo di realtà vivente”. (37)

Qualche anno prima, il medico terapeuta e filosofo esistenzialista Karl Jaspers (1883-1969) aveva esteso la cura del “raccontarsi” al paziente, con manifesto interesse fenomenologico. “La fenomenologia ha per oggetto lo studio degli stati d'animo che i malati provano; essa vuole rappresentarceli sotto questa forma concreta e considerare i loro rapporti di parentela; a questa comprensione concorrono  prima di tutto le confidenze dei malati acquistate nel modo più completo possibile nel corso di una conversazione”. (38) Jaspers apre la strada verso la “comprensione”, più che la “spiegazione”, del mondo “vissuto” dai pazienti. Da parte sua, Eugène Minkowski privilegia il ruolo selettivo della “intuizione”, chiamata l' impulse, che ci “porta a prestare attenzione a una frase”, all'interno delle “confidenze”, o a un particolare della “osservazione”. “A tal proposito, ci torna alla mente ciò che è stato detto sul fenomeno della 'risonanza' come vero fondamento della vita affettiva”. Così: “La disperazione, se stacca la 'nostra' vita  dalla marcia della 'vita' verso l'avvenire, ve la ricollega di nuovo, nel presente vissuto, per la pena che essa comporta e per la risonanza che questa richiama a sé dalla 'vita' medesima”. (39) “Quando parliamo della profondità di un sentimento, non è affatto necessario – e non ne sentiamo alcun bisogno – di riferirci alla profondità di un pozzo e, ancor meno, ad una profondità misurata in metri e centimetri. Sappiamo immediatamente ( d'emblèe ) ciò che vogliamo esprimere, e l'immagine della 'profondità', in quanto una delle dimensioni fondamentali della esistenza, si pone vivente davanti ai nostri occhi. La fondamentale categoria vitale della profondità si trova così ad esser data. E' più dinamica che statica. Abbiamo appena parlato di 'profondità'. Possiamo dire la stessa cosa di altri attributi di ordine 'spaziale', fermandoci, per il momento, soltanto su quelli che rivelino una prospettiva verso lo spazio vissuto: ciò che è largo nell'esistenza e ciò che è solamente strettezza, ciò che è alto ed elevato e ciò che è soltanto bassezza; la rettitudine e il retto cammino, quest'ultimo non essendo soltanto il più corto tra due punti dati, ma anche il migliore da seguire nella vita; la distanza e la prossimità; e, da qui, l'uomo distante e il nostro prossimo”. Meditazione alta sul “vitale”, da cui deriva la preziosa lettura di “Vers..”, in italiano “Verso..(”Lo slancio verso”), piccolo vocabolo che da solo ci spalanca tutto un mondo; – non indirizzando a scrivere “Verso una Cosmologia”, ma comprendendo, nel “tempo vissuto”, la Cosmologia stessa. Il rapporto, nel “vitale”, tra filosofia e medicina, è incisivo nella Teoria della previsione del Franchini: “Tutta l'attività del medico nelle sue varie specializzazioni, dalla psichiatria alla chirurgia, è un'attività previsionale. L'osservazione dei sintomi della malattia, il passaggio alla diagnosi e da questa alla terapia sono tutte operazioni proiettate verso il futuro: ma anche qui l'aiuto che gli ordinari mezzi di previsione quantitativa offerti dalla statistica possono fornire è soltanto parziale e limitato. Il medico sa che una certa malattia è curabile o meno, che lo è più in certi periodi della vita umana e meno in certi altri, che se aggredita in tempo può guarire, se affrontata in ritardo condurre alla morte. (..) Il vero, l'autentico carattere della previsione è operativo, ché essa rappresenta non solo la conoscenza ma l'intervento attivo nella trasformazione di una situazione di fatto. La vera previsione è, nel caso del medico, come nel caso di chiunque s'inserisca in una situazione in sviluppo, la diagnosi. Non è soltanto quella di fronte a cui si trova quotidianamente il medico una situazione malata, una situazione da sanare: è un po' tutta la realtà che presenta questa caratteristica. Ma l'elemento che assume un'importanza risolutiva nella diagnosi e conoscenza di una situazione di fatto, e conseguente giudizio su di essa, è l'intuito del terapeuta, che corrisponde al lampo di genio dell'uomo d' azione. L'intuito è sempre il fattore decisivo, quando si tratti sia d'individuare i caratteri d'un male insolito, sia il primo insorgere d'un male noto: la tempestività della diagnosi vale a trasformare il carattere meramente nomotetico della statistica e della metodologia nel rilevamento di un parametro idiografico. Ma anche nel caso della terapia clinica l'attività previsionale non si limita a influire sul determinarsi di una situazione nel senso ora accennato. Vi sono casi in cui si può parlare di un vero e proprio unisono tra il medico e il paziente e sono, per eccellenza, quelli della psicologia, al quale proposito si è parlato della 'risonanza' dell'inconscio del terapeuta con quello del paziente. Freud ha paragonato una volta l'inconscio del psicanalista che si protende verso quello del paziente al ricevitore del telefono applicato a un disco. (..) Tutte le idee dell'uomo sono in un continuo stato di adeguatezza – inadeguatezza, sufficienza – insufficienza e la malattia fisica non è, da un certo punto di vista, che il simbolo del suo squilibrio esistenziale. Ogni caso clinico è insieme, inevitabilmente, un caso umano, un momento della storia dell'uomo, un dramma dall'epilogo incerto, che può dargli a volta a volta il colore della commedia o il sapore aspro della tragedia”. (41) Dal fondamentale passo, semplificato per evitare ripetizioni sulla “struttura temporale dell'uomo”, traggo spunto per ricordare il medico David Applebaum e il guaritore di bambini down, chiropratico “giusto”, Moshe Gottlieb, di cui parla Giulio Meotti; (42) e visitare il programma di Rita Charon, della Columbia University di New York, la più recente proposizione della cosiddetta “Narrative Medicine”, che ribadisce: “Il medico inesperto trascura di mettere il paziente in condizione di raccontare la sua storia. Io invece mi limito a dire: io sarò il tuo medico. Dunque molto dovrò sapere di te. Ah, il tempo è fondamentale ! Henry James insegna ad ascoltare le sue infinite prospettive, le sue specificazioni, le sue parentesi, le sue angolazioni mutevoli. L'esperienza della medicina permette ai letterati, scrittori o pensatori che siano, di ricollocare il loro sapere nel mondo. La medicina dà allo scrittore un ambito ideale in cui riportare la parola alla vita”. (43) Maestri pregiati tornano ad essere, per la “Narrative Medicine”, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James, la Woolf, Joyce, Kafka, Mann, Faulkner. E in particolare: “Mann ha considerato la malattia una forma suprema di alienazione. Tolstoj ha capito cosa si prova quando si muore”.    

6. Il caso di Alberto e l'esigenza di 'qualificare le emozioni'

Il caso di Alberto, alunno del Liceo Classico 'Marconi ' di Chiavari negli anni Novanta del secolo scorso, è importante come esempio di 'filosofo delle passioni', la cui lettura vale sia a corroborare il piano ermeneutico della 'vitalità' e 'dialettica delle passioni', sia a recuperare le istanze della psicologia analitica, oltrepassando ogni impostazione specialistica del problema 'autismo' di derivazione positivistica. A mente della nostra distinzione categoriale  tra la 'dialettica delle passioni', in quanto prospetticamente tesa verso il nuovo o sintesi creativa, e la 'stratificazione dei sentimenti', come sedimentazione e ristagno, ritroviamo la dinamica del “Dare e prendere”, come vissuto esistenziale a livelli profondi.

La madre dell'alunno di Scuola Media Alberto avverte l'insegnante di “non dare mai nulla per scontato”. In effetti, l'alunno ha un crollo al secondo anno della Scuola. Dopo Natale, non regge più la frequenza totale delle ore curricolari, lo studio dell' Inglese, l'ora di autonomia.Tardiva è la revisione del programma. A stento, con l'aiuto della famiglia e della madre in particolare, Alberto riesce ad arrivare al primo anno di Liceo Ginnasio. Ora, però, la situazione 'esplosiva' lo porta a capire, analizzare e filtrare le emozioni. Addirittura, alla nuova insegnante di Lettere del Ginnasio, prendendola per mano, scrive con profondi accenti: “Sì, tu molto ansiosa ma sempre fiduciosa. Vieni con me”. (44)

L'insegnante, toccata, si commuove. La frase è sconvolgente e inattesa; ma, soprattutto, veritiera. 'Ansietà' e 'fiducia' sono intuite e affermate nella loro 'simultaneità', nel loro palpito affettivo, nella trepidante compenetrazione che le qualifica. Alberto è 'filosofo' – per così dire – 'delle passioni', dal momento che dimostra di essersi collocato da un punto di vista più alto e comprensivo, e proprio egli, che ne ha bisogno, dando aiuto. Ma, dando aiuto, o ancora attendendolo, ha còlto la legge psicologica dei contrari, la 'coincidentia oppositorum', nello stato prospettico e qualificativo delle emozioni, con una sorta di “regalità di fronte al quotidiano”, fino a capire come una sua compagna, Michela, che lo respinge, ha grosse 'difficoltà'. In analisi transazionale, Alberto è “adulto”. In ermeneutica filosofica, è 'filosofo' in grado di esercitare il giudizio prospettico e la 'comprensione'. Questo è il 'principium individuationis', il Sé, di Alberto.

Poi, quando tristezza e consapevolezza sopraggiungono nel suo animo, a proposito dell' amicizia, o al mare con i compagni, per vincere il sentimento di solitudine, Alberto riesce a superare la prima liceale, giudicando: “Sarò deciso vincere la mia battaglia, anche per dimostrare che è possibile. Non è significativo per me assumere certificato di frequenza. Altri devono capire che cosa è buono per loro”. - “Come può una persona migliorare la propria capacità di autodeterminazione ?”, gli chiede ancora l'insegnante. Dopo un travaglio riflessivo e rielaborativo, che impegna un lavoro di 'auto-analisi', Alberto offre un'altra grande risposta: “Dire, confrontare, ascoltare, qualificare le emozioni, tentare inusitate cose. - Non spaventarsi, ridondanze sovrapposte ( sensazioni e sentimenti confusi e non discernibili che raccolgo, stando davanti alla situazione ogni volta che comincio ad affaticarmi, qualora seleziono troppi argomenti )”. “Sereno errare della molteplicità vivente”.

E', questa, la demarcazione tra 'dialettica delle passioni' e 'layers of feeling' ( direbbe l' Orwell, sopra citato ). E' il 'giudizio', che interviene nellla consapevolezza dall'alto, in questo caso - o in questi casi - di interiorità ricca per quanto nascosta, come la luce della teoresi sugli 'stati' , meglio che 'strati', di sentimenti, avvicendati nella coscienza; ma che, a ogni 'salto quantico' , - per così dire - tra conscio e inconscio, o il non del tutto conscio, rispecchiano la nuova soglia, il 'limite', nella simultaneità dialettica delle passioni.

“Qualificare le emozioni !”. - L'insegnante gli chiede, infine: “Ritengo di aver frequentemente commesso errori con te; sei d'accordo, tu ?”  - “Sì. Essere assistito solo donandomi amore energico non amore responsabilizzante; tanto ansiosa. Rilassata solo sapendomi interagente”.

Al che la Graffigna confida, essa pure: “Le ultime parole di Alberto ( “Rilassata solo sapendomi interagente” ) mi hanno fatto venire i brividi.  Ecco che cos'era quell'angoscia, quella confusione, quell' instupidimento che sentivo a volte con lui e che non era dipendente dal livello di funzionamento esterno che manifestava. Era qualcosa che riguardava i nostri vissuti profondi. Poterci essere, o doversene andare, io o lui, chissà ?” Si tratta di “vissuti profondi” non soltanto di “tecniche riabilitative”, anche se Patrizia Cadei, madre di Alberto, apprende in Florida nel 1992, dal canale televisivo “Prime Live”, il programma della 'Comunicazione facilitata'. (45) Grazie al suggerimento dei coniugi Doman e del dottor Delacato ( donde il metodo 'Doman-Delacato' ), si rivolge a Douglas Biklen, della University of Syracuse, per mettere a punto un nuovo “progetto” di vita e di studi, che consiste nel descrivere una pagina di giornale, aiutando a costruire una frase e manipolare una figura per utilizzare la fantasia e la logica. Alberto fa porre un libro sul leggìo, con una fotografia della pagina, e fa segno con la mano quando la madre è invitata all'aiuto girando la pagina, specie sul tema della omeopatia che interessa l'adolescente, scoprendo la differenza di potenziale tra le abilità proprie e le abilità facilitate. “Abbiamo avuto vicino a noi geni senza che ce ne accorgessimo ?”, chiede l'altra dottoressa collaboratrice Francesca Benassi. (46) Ricordando l'esigenza di “parlare al singolare” e riconoscere “buone capacità intellettuali potenziali” alle persone a sindrome autistica, la Benassi riprende le linee della “Psicologia pedagogica “ e della “Psicologia dell'arte” di L. S. Vygotskij, a proposito dello 'scarto' registrato tra produzione scritta ed espressione verbale, con una sottigliezza e profondità di scandaglio tanto significative, da rilevare e confermare l' emergenza della 'dialettica delle passioni'. - “E' noto che chi si addentra in tali problematiche o le sfugge o vi si appassiona: proprio quelle persone si rivelano intelligenti, talvolta eccellenti, in grado di comprendere le situazioni, con proprie opinioni e interessi, in genere estremamente profonde e sensibili”. In particolare, nella rieducazione della “disprassia”, la Benassi coglie il rapporto tra “input e output deficitario”, e al tempo stesso “una inteligenza che esiste e si sviluppa fino al raggiungimento di buoni o ottimi livelli”. (47) “Alcuni canali sensoriali divengono più attendibili”, come se fosse confermta la teoria di Vygotskij circa la “potenzialità di sviluppo nella differenza tra il livello dei compiti che vengono eseguiti con l'aiuto dell'altro” ( in questo caso, la madre che gira le pagine, o il computer ), “e il livello dei compiti eseguiti senza l'aiuto”. Si tratta di uno “scarto energetico” ( o differenza di livello ), analogo alla differenza di livello energetico nella fisica quantistica, tra la velocità e la posizione delle particelle. Per ciò: “Le produzioni scritte mostrano una enorme ricchezza ideativa, nonostante le difficoltà espressive”. E riflettono una raggiunta consapevolezza critica del ruolo dinamico delle passioni, coinvolte nel processo di autoanalisi e nell'evidenza del  “dislivello energetico” ( tra i compiti eseguiti e i compiti facilitati ).

Cecilia Morosini, trattando di tecniche riabilitative in forma sistematica, viene in ulteriore soccorso, sottolineando come, nelle metodiche Vojta e Doman-Delacato ( poi Biklen ), “la riabilitazione si fonda sulla massima evocazione dei potenziali residui per un migliore adattamento a sé e al mondo”. Dove agiscono due princìpi fondamentali: 1) Il concetto di organizzazione neurologica, come processo biologico per mezzo del quale l'organismo acquisisce, o non, i potenziali ereditari con il patrimonio genetico, a seconda che i fattori ambientali siano favorevoli o meno; 2) la complessa definizione dei parametri ambientali che interagiscono nella organizzazione neurologica, distinti in sei fattori ( fattore genetico; fattore chimico pre-natale; fattore chimico post-natale; fattore sensoriale costante; fattore sensoriale variabile; fattori traumatici in senso lato ).

Ma, soprattutto, è interessante osservare, ai fini della ermeneutica del 'mondo della vita',  che “la variabilità d'influenza delle stimolazioni ambientali dipende non solo da un'obiettiva differenza quantitativa e qualitativa degli stimoli ma anche dalle modalità di reazione dell'individuo a tali situazioni. (..) Queste informazioni non sono solo di tipo sensoriale sensitivo, ma anche di tipo affettivo. Anzi all'inizio tali informazioni si confondono e si fondono: l'avere un maggiore o minore contatto corporeo, l'essere cullato in braccio alla mamma, l'essere gettato per aria dal padre sono esperienze sensitivo-sensoriali ma anche contemporaneamente affettive”. (48) Sempre arduo è il tentativo di capire di più: capire di più sulle modalità relazionali e sui rapporti dei vari co-fattori ambientali esemplati nei trattati di riabilitazione, come delle forze psichiche, extrapsichiche, intrapsichiche che possono portare al disturbo, al ritardo psicomotorio, alle varia fenomenologia della “sindrome autistica” ( dal deficit motorio o verbale al “down”, o alla “schizofrenia” ).

Anche se è bene evitare l'eccesso di inferenze e generalizzazioni, trattando di tecniche riabilitative e mente autocosciente, qui ha una parola da dire l'approccio di tipo junghiano, lo studio dei vissuti profondi dei soggetti, l'analisi delle segrete relazioni prenatali, postnatali, ereditarie e ambientali in tutta la loro complessità, la trama di palpiti e travagli, timori e speranze, ansietà e fiducia che precede ogni gestazione, senza escludere la evidenza di idee archetipali fondamentali nella storia dell'individuo e della umanità: la 'coincidentia oppositorum', sviscerata dal punto di vista affettivo,  attinta nel procedimento 'temporale'.

Certo, né il mero 'specialismo' né l'approccio medico-farmacopeico, da soli, bastano  giustificare  una teoria e prassi della riabilitazione della sindrome autistica o generalmente patologica ( anche se vi sono state esagerazioni in senso opposto, in alcuni casi ); sì che il dottor Brighenti, veronese, ha proposto una integrazione di tutte le culture, tutte le esperienze professionali e tutte le ricerche teoriche sul grande problema. (49) Di sicuro, nella storia di Alberto, da me tolta in esame, la 'dialettica delle passioni' viene in luce sia come espressione del travaglio provato nello sforzo compensativo del divario tra competenze spontaneamente acquisite e raggiungimento di obiettivi tramite facilitazione; sia come verità profonda dell'esistenza umana in generale.

____________________________

 

7. “Che cos' è la vita ?”

Il geniale Erwin Schrodinger, nel saggio Scienza e Umanesimo del 1951, si rifà volentieri al fondamentale volume La rebeliòn de las masas di José Ortega y Gasset, per contestare soprattutto La barbarie del 'especialismo' e rivolgere un appello agli scienziati a non dimenticare il 'mondo della vita'. “La rebeliòn è intesa in senso puramente metaforico. L'Età delle Macchine ha avuto l'effetto di spingere ad altezze enormi il numero delle popolazioni e il volume delle loro necessità, mai raggiunte in precedenza né prevedibili. La vita giornaliera di ciascuno di noi diviene sempre più complicata per la necessità di lottare con questi numeri. (..) Tanto per darvi un esempio, anche se non ci riguarda in questo momento, il titolo di un capitolo è 'El major peligro, el estado'. 'Il più grande pericolo, lo stato'. (..) Ma il capitolo di cui desidero parlare qui è quello che lo precede, intitolato 'La barbarie del especialismo'. A prima vista ciò sembra paradossale e può colpirvi. L'autore ha l'ardire di raffigurare lo scienziato specializzato come un rappresentante tipico della plebe bruta e ignorante, l' 'hombre masa', l'uomo massa che mette in pericolo il sopravvivere della vera civiltà”. (50) Si tratta dello stesso appello che poi rivolgerà Karl Popper contro la cosiddetta “Scienza normale e i suoi pericoli”, mettendoci in guardia dal disinteressarci delle questioni attuali di fisica quantistica, che in fondo dovrebbero toccare ognuno di noi ( Congetture e confutazioni; Poscritto alla logica della scoperta scientifica, ed. it. 1982-1984, voll. I-III ).

 Ma Schrodinger sceglie la descrizione orteghiana del “Tipo di scienziato senza precedenti nella storia”: “Si tratta di una persona che, di tutte le cose che una persona veramente colta ha l'obbligo di conoscere, ha familiarità soltanto con una scienza particolare, anzi, anche di questa scienza conosce solo quella piccola parte nella quale lui stesso è impegnato in ricerche. Giunge al punto di dichiarare una virtù il non occuparsi per nulla di tutto ciò che rimane fuori dello stretto dominio che egli stesso coltiva, e denunzia come dilettantesca la curiosità che aspira alla sintesi di tutte le conoscenze”. (51) Alla fine del lungo passaggio, ricordate le capacità che dovrebbe avere qualunque docente di una università tecnica ( “a) Aver coscienza dei limiti della materia che insegna”; “b) Indicare in ogni argomento la via che conduce oltre gli stretti confini della materia stessa, a più ampi orizzonti” , sulle tracce di un articolo di Robert Birley, Rettore a Eton, nell' Observer dell' 11 dicembre 1949 ), Schrodinger lancia il suo appello importante: “Non perdete mai di vista la funzione della vostra particolare materia nel grande corso della tragicommedia della vita umana; restate in contatto con la vita, non tanto con la vita pratica, quanto cogli ideali fondamentali della vita, che sono sempre tanto più importanti; e, 'la vita resti in contatto con voi'. Se non lo potrete, a lungo andare, qualunque cosa si dica di ciò che avete fatto, la vostra opera sarà stata vana”. (52)

Tutto ciò costituisce un profondo insegnamento, da valere tanto in filosofia del 'vitale' che in epistemologia. Vedasi il caso della fisica quantistica. Dopo che Einstein, nel 1905, ebbe spiegato l'effetto fotoelettrico come scambio di un 'quanto' di luce fra elettroni, fu assunto il termine di “meccanica quantistica”, ma con evidente eccesso di “formalismo matematico”, a proposito della teoria dell'atomo ( formalismo che arrivò ai vertiginosi teoremi di Von Neumann, negli anni Trenta ). Ma Popper, insoddisfatto, come nel fondamentale Poscritto ( III, pp. 33-38 ), dichiara: “La interpretazione di Heisenberg cambiò dopo che Schrodinger ebbe suggerito che una particella può essere rappresentata da un pacchetto d'onde, o può, in realtà, essere un pacchetto d'onde”; cioè, una “proprietà disposizionale delle particelle”, “una propensità delle particelle ad assumere certi stati”. In effetti, nel 1926, “contro la meccanica delle matrici” ( sostenuta a spada tratta da Werner Heisenberg ), Schrodinger teorizzava la 'Wellen-Mechanik', o la “meccanica ondulatoria”, con la 'equazione di Schrodinger', nel suo scritto “Quantizzazione come Problema agli autovalori” ( Quantisierung als Eigenwert Problem, negli “Annalen der Physik” ). La visione “graduale” di Schrodinger dei fenomeni fisici entusiasmò Einstein e gli altri fisici, contrapponendosi alla visione “discontinua dei salti quantici”, difesa da Heisenberg. “Non posso credere che un elettrone salti di qua e di là, come una pulce”, affermò nella polemica lo Schrodinger. Donde, dopo il Nobel per la Fisica conseguito nel 1933 e il celebre 'paradosso del gatto' del '35 ( il gatto può essere vivo o morto nello stato di 'sovrapposizione quantica', applicata ai sistemi macroscopici, in un esperimento mentale ideato dopo il Paradosso Einstein – Podolskj – Rosen sulla 'azione a distanza' ); lo stesso Schrodinger passò a Dublino, per sfuggire al nazismo, e in una celebre conferenza del 1944 si pose il problema dei metodi della fisica quantistica, applicati allo studio delle molecole viventi: “Che cos' è la vita ?”. E: “Come la cellula è governata da un 'codice' ?” La risposta influenzò sviluppi e scoperte posteriori della biologia molecolare, riguardanti la struttura del DNA ( Erwin Chargaff; Watson e Crick del 1953 ). Per intanto, Schrodinger propose che la molecola del gene debba essere un “cristallo aperiodico”, formato da una “sequenza di elementi isometrici”, che costituiscono il codice. (53)  “Sono questi cromosomi a contenere in una specie di codice cifrato l'intero disegno del futuro sviluppo dell'individuo e del suo funzionamento nello studio dell'umanità”, aggiunge lo Schrodinger dopo la scoperta di Oswald T. Avery circa la natura chimica della sostanza che attiva la trasformazione di alcuni tipi di pneumococco, e cioè proprio un acido di tipo desossiribonucleico. (54) Da cui, per tappe successive, derivò la visione di Erwin Chargaff, circa la legge dell' appaiamento delle basi: “a) la somma  delle purine ( adenina e guanina ) è uguale a quella delle pirimidine ( citosina e timina ); b) il rapporto delle moli tra adenina e timina è 1; c) il rapporto delle moli tra guanina e citosina è 1; conseguenza immediata di queste relazioni, d) il numero di 6-aminogruppi ( adenina e citosina ) è uguale al numero di 6-chetogruppi (guanima e timina)”. (55)

Quindi, sulla scorta del 'Diario' di Ludwig Wittgenstein del 19 settembre 1916, tornava in Erwin Chargaff  l'aspirazione alla simmetria, in particolare alla quaternità: “L'umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale  simplex è sigillum veri”. (56) La poesia – per dir così – della scienza in Schrodinger, la sua apertura sugli orizzonti del filosofare, fanno cogliere l'influenza segreta del 'flusso di coscienza' joyciano ( 1915-1922 ), anche sulla modulazione del 'pacchetto d'onde' ( v. Giacomo Debenedetti ). (57)

Quando torna in Irlanda, a Dublino, per insegnare, in un passo ignoto delle sue traduzioni poetiche dall'inglese, Schrodinger se ne ricorda, fino al punto da citare l' Ulisse  di Alfred Tennyson 1842, nella propria autobiografia, La mia visione del mondo (1985): “Ulisse. E' tetro stare in ozio e arruginire quando poco rimane, / dell'unica, vera vita. Lascio tutto a mio figlio Telemaco, / saggio e buono. Al porto mi attendono i miei compagni, / ormai anch'essi vecchi, ma non è mai troppo tardi per / cercare nuovi mondi, per arrivare forse alla Isola dei Beati. / Indeboliti dal tempo e dal destino, siamo ancora forti / nella volontà di combattere, cercare, trovare: mai cedere”. (58)

Continuo a ritenere, nonostante qualche rara perplessità espressa in contrario, la ermeneutica di Schrodinger e Chargaff più potente della trattazione derivativa di Watson e Crick, il quale ultimo si spinge a immaginare il futuro dell'uomo e gli esiti 'infettanti' dell'esistenza umana su abitanti di altri pianeti. (59) Del resto, chiarisce Fritjof Capra: “La struttura fondamentale delle molecole biologiche fu scoperta all'inizio degli anni Cinquanta grazie al confluire di tre efficaci metodi di osservazione: l'analisi chimica, la microscopia elettronica e la cristallografia dei raggi X”. E Linus Pauling “determinò la struttura della molecola di una proteina” ( op. cit., pp. 100-103 ). “Pauling dimostrò che la spina dorsale della struttura proteica è avvolta in un'elica sinistrorsa o destrorsa, e che il resto della struttura è determinato dall'esatta sequenza lineare di aminoacidi lungo questa via elicoidale”.

Non per nulla, il fascino di Schrodinger si protende sul pensiero 'olistico' e 'sistemico', certo non 'riduzionistico' né 'meccanicistico', del fisico e filosofo Fritjof Capra, ne Il Tao della fisica (1975), dove l'accento batte sulla importanza delle 'onde' e delle vibrazioni, non già della 'materia' o della res extensa di Cartesio, per interpretare il mondo della vita, le sue origini e i i suoi destini, in sede di “ecologia profonda”. “La Ecologia profonda vede gli Esseri umani parte integrante della natura, come filo speciale nel 'tessuto' di Vita Cosmica – Dio – Dao – Tao”. Ciò porta il Capra a teorizzare una Ecologia “profonda” e non “superficiale”, in cui “gli Esseri umani sono posti al di fuori e al di sopra della Natura ( intima e reale )”, perpetuando una “prospettiva” di origini cartesiane, “che si accorda con il 'dominio' su tutti gli aspetti della natura, alla quale si attribuisce solamente un 'valore d'uso', strumentale”. In pagine suggestive, Capra si spinge a narrare la propria percezione analogica della danza di Siva, alla base della visione delle particelle subatomiche come pure concentrazioni di energia. “Vidi gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica di energia; percepii il suo ritmo e ne sentii la musica; e in quel momento seppi che questa era la danza di Siva, il Dio dei danzatori adorato dagli Indù”. (60)

“Le particelle subatomiche sono concentrazioni di energia pura in stato di vibrazione piuttosto che vere entità materiali”. Il fisico “deve partecipare, non osservare”: “l'idea di 'partecipazione invece di osservazione' è stata formulata solo recentemente nella fisica moderna; ma è idea ben nota allo studioso di misticismo. La conoscenza mistica non può mai essere raggiunta solo con l'osservazione, ma unicamente mediante la totale partecipazione con tutto il proprio essere”. (61)

Dall'approccio 'mistico' di Capra togliamo riferimento alla delucidazione dell'incidenza 'archetipale' per la comprensione del mondo della vita, e alle straordinarie affinità con le questioni degli 'opposti' e del 'punto di svolta' presso pensatori occidentali ( Vico, Joyce, Croce, Heidegger ).

In The Turning Point (1982), come Il punto di svolta, Fritjof Capra prende a piene mani da I Ching, studiati nei 'maestri' Jung e Wilhelm. Ma potrebbe fare cenno anche alla idealmente intensa dottrina vichiana dei corsi e ricorsi storici, e al IV Libro, 'Il Ricorso', di Finnegans Wake del Joyce ( 1939 ), solo toccato di seconda mano per il passo in cui Joyce coniò il termine “Quark”. “Dopo un tempo di declino viene il punto di svolta. La luce intensa che era stata scacciata ritorna. C' è movimento, ma non è determinato per violenza. (...) Il movimento è naturale, sorge spontaneamente. Perciò la trasformazione di ciò che è invecchiato diventa facile. Il vecchio viene rifiutato e ad esso subentra il nuovo. Entrambe le misure sono in accordo col tempo; perciò non ne risulta alcun danno” .(62)

Quindi, in queste opere successive a Il Tao della fisica, Capra ribadisce la propria concezione delle crisi. “Abbiamo bisogno di una prospettiva ecologica che la concezione del mondo cartesiana non è in grado di offrire, del passaggio dalla concezione meccanicistica alla concezione olistica della realtà”. “I cinesi usano due caratteri per 'crisi': wei – ji, 'pericolo' e 'opportunità' “ .(63 ) Senza   dimenticare che, per Arnold Toynbee ( A Study of History ), la “crisi” si aggrava quando viene meno la prerogativa della “flessibilità” nel fronteggiarla. “In tempi di transizione, si dovrebbe tendere a ridurre al minimo il conflitto”. “I filosofi cinesi videro nella realtà, la cui essenza ultima chiamarono Tao, un processo di flusso e mutamento continui” ( contro le tesi di Marx, da I Ching, p. 32 ) 

8. La questione degli opposti. Vico e Croce, 'filosofi olistici' o della 'complessità'

In siffatto processo continuo di mutamenti e flussi vitali, la questione degli 'opposti', non solo si ripresenta; ma si foggia come 'qualificazione valoriale' e – alternativamente – come sovrapposizione di 'modalità', sino a proporre degli aspetti 'archetipali' , e non 'meccanicistici', in pensatori occidentali ( Vico e Croce ). Due sono, infatti, i poli archetipali yin e yang, per i cicli di mutamento. Ne Il Punto di Svolta, Capra si rifà a Manfred Porkert per lo studio della medicina cinese; e ne ricava le seguenti otto coppie di opposti:

                                                      YIN               YANG

                                                      TERRA         CIELO

                                                      LUNA           SOLE

                                                      NOTTE         GIORNO

                                                      INVERNO    ESTATE

                                                      UMIDO         SECCO

                                                      FREDDO       CALDO

                                                      INTERNO     SUPERFICIE.

Ma – si badi: “Nella cultura cinese yin e yang non sono mai associati a valori morali. Quel che è buono non è yin o yang, ma l'equilibrio dinamico fra i due; quel che è cattivo o dannoso è lo squilibrio”. (64) Ossia, nel linguaggio della moderna filosofia dei valori, prende campo il principio “regolativo”, più che il principio “costitutivo”; la “modalità categoriale”, più che la “categoria” del bello e del buono, del vero o del giusto, dell'utile o del disutile, salvo a postulare il “disutile” o “dannoso” proprio come nuova e sopravvenuta forma di “squilibrio” tra le forme. In questo caso, le forme dei “distinti” si riqualificano – platonicamente – come “opposti” ( Sofista ).

Ma dire “modalità categoriali” equivale a dire “maniere” o “guise” del passaggio tra le forme spirituali: e cioè, per il teorema dei “quattro sensi delle guise” di derivazione vichiana e storicistica, nuovamente, forme del “vitale”. “L'immobilità assoluta non esiste” ( dice Richard Wilhelm, il noto coeditore con Jung, de I Ching ). “La non azione non vuol dire non far nulla e stare in silenzio”, aggiunge lo storico della cultura cinese Joseph Needham, saccheggiato da Fritjof Capra. Il segreto è di Lao-tzu: “Il wu – wei, è il non andare contro il verso delle cose”. Come dire: “Non agendo non esiste niente che non si faccia”.

Epperò, in codesta intensa rivisitazione del Tao, tornano le associazioni 'utili' in Capra: la “conoscenza razionale” o “attività egocentrica” per Yang; e la “Sapienza intuitiva” o “attività ecologica”, con Yin ( op. cit., p. 35 ). Allora, 1) si Ripresentano le qualificazioni “valoriali”, in un primo momento, o in una prima fase ermeneutica, espunte. 2) Si forma il secondo schema di otto coppie di opposti:                      YIN                        YANG

                                                   FEMMINILE         MASCHILE

                                                   CONTRATTIVO   ESPANSIVO

                                                   CONSERVATIVO DISSIPATIVO

                                                   RESPONSIVO      AGGRESSIVO

                                                   COOPERATIVO   COMPETITIVO

                                                   INTUITIVO           RAZIONALE

                                                   SINTETICO          ANALITICO.

 

Dove – si badi – il primo “paradigma” delle otto coppie degli opposti Yin e Yang è “fisico”, “estensivo” e “quantitativo”; mentre il secondo “paradigma” è “storico”, “intensivo” e “qualitativo”. Quindi, si verifica un ulteriore passaggio, che direi: 3) Gli opposti sono ottenuti per sovrapposizioni, o reazioni di tipo 'modale' ed ancora una volta 'relazionale', che però riacquistano  una potente specificazione formale. Finché: 4) Le modalità si riassumomo in “forme”, Mondo 3 della Cultura per sempre ( direbbe  Popper ) e “modificazioni della mente umana” ( Vico ).

Ora, tornando al paragrafo sulla 'Coincidentia oppositorum” nel pensiero occidentale ( sopra lumeggiato ), si nota facimente come gli “Opposti” occidentali sono già “Dinamici” perché “prospettici”. Quella prerogativa che Capra esalta nel Tao ( “Colui che segue l'ordine naturale fluisce nella corrente del Tao”, secondo Huai Nan-Tzu ), (64) quel “processo di flusso e mutamento continui” onde si avvalora il rapporto di equilibrio o squilibrio tra gli opposti ( perennemente ri-creati e ristabiliti anche sulle spoglie di precedenti correlazioni ), - ebbene tutto ciò è già magnificamente insito ( diremmo con Giordano Bruno, Vico, Kant e Croce ) nelle polarità piacere – dispiacere, longanimità – magnanimità, ebrietà – disebrietà, amore – dolore, timore – speranza, fiducia – ansietà, cautela – ardimento. Il dinamismo interno è già nella processualità del pensiero che si fa azione, del mondo insonne della vita che si traduce in forme, pervenendo per una via diversa alla medesima fonte archetipale di pensiero.

Oltre 'ciclicità' e 'quaternità', oltre la 'questione degli opposti', serbano valore archetipale, e perciò comune a determinati aspetti del pensiero occidentale e orientale, l'idea di 'totalità', il nesso cosmico, la forma della 'spirale' come manifestazione di energia e crescita. Capra, ne Il Punto di Svolta, pur con qualche 'ingenuità' ermeneutica, si sofferma sul concetto di “individuo connesso al cosmo”; sull'etimologia di religione da “*religare”, per “unione”; sul significato del sanscrito “yoga”, che parimenti vale “unione”. Addirittura richiama Dante. “E' stato sostenuto persino che massimi capolavori della letteratura mondiale, come la Divina Commedia di Dante, siano strutturati secondo i princìpi ecologici che si osservano in natura”. (65) Evoca una forma di “Ecologia profonda”, in Spinoza e Heidegger. Ma si può integrare correttamente la ricostituzione del quadro, con passi e dottrine della Filosofia della pratica di Croce, a proposito del concetto di “accadimento” o nesso “cosmico”. In quest'opera, sin dalla prima edizione del 1905, per chiarire la distinzione tra volizione e azione, il Croce in effetti spiega: “Se la volizione coincide con l'azione, non coincide e non può coincidere con l'accadimento. Non può coincidere; perché, che cosa è l'azione e che cosa è l'accadimento ? L'azione è l'opera del singolo, l'accadimento è l'opera del Tutto: la volontà è dell'uomo, l'accadimento è di Dio. O, per mettere questa proposizione sotto forma meno immaginosa, la volizione dell'individuo è come il contributo ch'egli reca alle volizioni di tutti gli altri enti dell'universo; e l'accadimento è l'insieme di tutte le volizioni, è la risposta a tutte le proposte”. (66) Ciò postula l'esigenza di considerare tutto il “campo” dell'esperienza fisica e storica, come per l'Einstein degli ultimi anni: “Noi possiamo considerare la materia come costituita dalle regioni dello spazio nelle quali il campo è estremamente intenso. In questo nuovo tipo di fisica non c'è luogo insieme per campo e materia, poiché il campo è la sola realtà”. (67)

Inoltre, il concetto di “accadimento”, come “risposta a tutte le proposte”, limite dell'innalzarsi del numero delle prove all'infinito, va posto in relazione con la scienza della statistica e la teoria della previsione; la fisica quantistica e gli esperimenti delle due fessure e del biliardo ( discussi nella “scuola” fisica, sino a Popper ); la “totalità” della storia e del mito ( Umberto Eco, Italo Calvino e Roberto Calasso ); la “vitalità” e la “sensazione” ( Carlo Antoni ); il “flusso di coscienza” ( poetiche di James Joyce ); la terza forma di conoscenza e “giudizio percettivo” o “colpo d'occhio” ( Raffaello Franchini ); la “vitalità” e la “questione dei giudizi “ ( Gennaro Sasso ). (68) 

Codesto filone ermeneutico esula dagli interessi e dalle cure di Fritjof Capra, anche se sarebbe stata  ricca di stimoli la considerazione sistemica della azione che, per nascere, ha bisogno di “una particolare forma di conoscenza, che non è quella intuitiva o estetica propria dell'artista e nemmeno quella concettuale propria del filosofo”, “o, meglio, è anche queste due, ma solo in quanto si ritrovino entrambe quali elementi cooperanti nella conoscenza ultima e compiuta, che è quella storica. Se la prima si chiama intuizione, la seconda concetto e la terza percezione, e si fa della terza il risultato delle due prime, si dirà che la conoscenza occorrente all'atto pratico è la conoscenza percettiva”, anche detta con felice metafora “colpo d'occhio”, senso storico-politico. (69) Sul punto, si badi alla straordinaria analogia tra quanto scrive il Capra, a proposito dello Zen e il tiro con l'arco di Eugen Herrigel, e quanto aveva già detto il Croce, nel citato passaggio, per il “discobolo”. “La reale padronanza è raggiunta solo quando la tecnica è trascesa e l'arte diventa un' 'arte spontanea', che scaturisce dall'inconscio”. (..) Herrigel “racconta che il tiro con l'arco gli venne presentato come un rituale religioso che viene 'danzato' con movimenti spontanei, senza sforzo e senza finalità. Gli furono necessari molti anni di duro esercizio, che trasformarono il suo intero essere, per imparare a tendere l'arco 'spiritualmente', con una specie di forza spontanea, e a rilasciare la corda 'senza intenzione', lasciando che la freccia 'cada dall'arciere come un frutto maturo'. Quando l'arciere raggiungeva la massima perfezione, l'arco, la freccia, il bersaglio e l'arciere si fondevano tutti l'uno nell'altro ed egli non faceva scoccare la freccia, ma la 'freccia' stessa lo faceva per lui”. (70)

E Croce: “Il gusto pratico è, anzi, l'atto volitivo stesso. (..) Astraetelo dall'atto voltivo, e l'atto volitivo stesso vi sparisce dinnanzi. Se esso può aver luogo non solo nell'individuo operante, ma anche in colui che contempla l'azione, ciò accade perché l'individuo che contempla si unifica, in quell'istante, con l'individuo che opera, e vuole imitativamente con lui, con lui soffre e gode: come il discobolo segue con l'occhio e con tutta la persona il disco lanciato; ne segue la corsa rapida e diritta, e i pericoli di ostacoli in cui sembra stia per urtare, e le giravolte e le deviazioni, e sembra farsi, egli stesso, disco rotante e corrente”. (71) Certo, i contesti storici e culturali, religiosi e ideali, sono assai distanti e diversi: nell'un caso trattandosi della 'padronanza' tecnica da raggiungersi nella pratica della filosofia Zen, dopo anni e anni di esercizio e meditazione; nell'altro, dell' 'infuturarsi' del pensiero nell'azione, che ricorre alla 'sintesi' del 'colpo d'occhio', dell'accordo pieno e totale tra corpo e mente, nel lancio del discobolo. Ma il farsi tutt'uno dell'individuo che contempla con quello che agisce, l'accompagnamento 'imitativo' del primo con il secondo, la fusione del discobolo con l'oggetto scagliato fino a farsi, “egli stesso, disco rotante e corrente” ( in Croce ); restituiscono un punto de l'unione simile a quello tra arco, freccia, bersaglio e arciere, perfettamente 'fusi l'uno nell'altro' ( come per Herrigel e Capra, indagatori dell' arte Zen ). Sopravvivono degli 'archetipi' o delle forme 'ideali eterne'  ( Vico ) nelle tradizioni orientali e nella modernità, segnatamente quando si attinge l'intensità ( Carabellese avrebbe detto la 'in-tensione' ) dei processi psichici, emozionali o magari 'religiosi' ( da *religare, 'legare insieme', nella etimologia classica e cristiana, o *relegere, 'considerare attentamente', per Jung prefatore de I Ching ). Intensità nella padronanza che 'trascende la tecnica'; e intensità nel 'passaggio' tra pensiero e azione: questo è il procedimento comune a Oriente e Occidente, nei luoghi affrontati.

Da Leonardo da Vinci, notevolmente, il Capra attinge a piene mani programmi di ricerca per un altro Leit-motiv archetipale, la “curva della spirale”: Leit-motiv insistente nella filosofia dello spirito e dei valori, da Goethe a Croce, e proponibile nella fisica dell'energia, da Schrodinger a noi. 

Studiando le migliaia di pagine dei codici di Leonardo ( 1452 – 1519 ), il fisico ecologista Capra mette in risalto l'assioma del nostro genio: “Il moto è causa di ogni vita”. In particolare: “Il moto vorticoso delle turbolenze dei liquidi disegna nello spazio-tempo la curva della spirale, una forma che Leonardo considera il codice archetipico delle forze vitali della natura, apparentemente statica ma formata da elementi in continuo movimento. (..) La curva della spirale, poi, per il fatto che si estende tra l'infinitamente piccolo, il suo centro, e l'infinitamente grande, sembra mettere in continuità fra loro le forme del microcosmo con le forme del macrocosmo. Leonardo 'vede' gli schemi di crescita nelle piante, il moto a spirale che guida la fillotassi delle foglie e 'vede' che si tratta di uno schema presente in altre forme organiche di vita”. Per ciò: “In considerazione della fascinazione di Leonardo per la spirale come schema archetipico della vita, non sorprende che abbia fatto particolare attenzione agli schemi di ramificazione noti oggi come 'fillotassi a spirale'. Egli identificò diverse tipologie di queste disposizioni a spirale di foglie sul gambo, notando che in ogni caso un numero esatto di rotazioni intorno al gambo è completato dopo un certo numero di ramificazioni. Per esempio, egli fece notare che 'ha messo la natura le foglie delli ultimi rami di molte piante, che sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente se la regola non è impedita' ” ( Ms. G., Folio 16 v. ). (72)

Capra si sofferma, allora, sulle 'spirali' leonardesche nelle chiome della figura di Leda (1507-1508), dal momento che “mostrano la fascinazione di Leonardo per la spirale come simbolo della fecondità e del potere creativo della natura” ( Coll. Windsor, vol. III, Folio 323 ), ritrovando un precedente sul terreno degli studi di botanica per la dottrina della “morfologia”, elaborata secoli dopo da Wolfgang Goethe. Ma Goethe innalzò la dottrina della “spirale” dalla “morfologia” alla “simbolica spirituale”, come emblema della crescita dello spirito su se stesso, crescita a un tempo mobile e dinamica, quanto ricorsiva e circolare. (73) Donde, l'immagine identica adottata poi da Croce, erede non inerte del genio lirico e gnomico di Goethe, per caratterizzare il ritmo di ascesa e svolgimento della vita spirituale nei suoi vari momenti e nelle sue forme. Croce è perciò definibile “filosofo olistico” e – in certa misura e a suo modo  - “archetipale” ( la perennità, nella storicità, delle categorie; la 'tetrade' ).

Le forme delle 'spirali', più che 'coniche', si addicono agli schemi dello spazio-tempo nell'universo dell'ultimo Einstein, di Minkowslj e di Carlo Rovelli. (74) Il principio di simmetria locale, con la ricerca della unificazione delle quatttro grandi forze dell'universo ( la gravitazionale di Keplero; la elettromagnetica; la nucleare 'forte' di Chadwick; e la 'debole', dovuta al 'decadimento beta' e all'ipotesi del neutrino di Pauli – Fermi ); - principio vissuto nell'ultimo Einstein come “campo tensoriale simmetrico” e ora giocato sul filo delle onde gravitazionali -;  si può assumere non come “punto”, “regione dello spazio” né “cono di luce”, ma in “guisa di spirale”. “Forma locale” ad inizio, ma pure “temporale”, come crescita, sviluppo e telos. Kip Thorne, nel 2017, ha aggiunto la “scoperta delle onde gravitazionali, generate come prodotto collaterale dell'esplosione iniziale di forza elettromagnetica”. (75) Ora, la “spirale” produce il vantaggio, rispetto all'immagine del “cono” ( nel quadro epistemologico del 'presentismo' ), di potersi dilatare, assumendo in se stessa anche la figura 'conica' ( Eugène Minkowskj, Carlo Rovelli, Mauro Dorato ): 'spirale' su cui possono distribuirsi le equazioni delle forze elettromagnetiche e delle onde gravitazionali, a partire dalle origini dell'universo, mantenendo l'esigenza del principio machiano di economia mentale, trattato come “principio logico” dall'ultimo Einstein ( nella formola Gik = Gki ); e recuperando anche il 'modello di simmetria', o meglio di un nuovo 'intermedio' tra 'simultaneità' e 'simmetria', senza cadere in una ripetuta 'spazializzazione del tempo', come accade per il 'cono di luce' ( il 'noi' di “Interstellar” ) o per il presente 'puntiforme', il presente 'regione spaziale', trattato da Alexandrov, e perciò chiamato “modello Alex”, nella sintesi di Mauro Dorato. Insomma, la 'spirale' è archetipo non solo per lo storicismo, come modello di sviluppo dello spirito su se stesso, “soffrendo e gioiendo”; ma come paradigma della raccolta di energia, della sua esplosione e della distribuzione delle onde gravitazionali e delle equazioni delle forze elettromagnetiche. (76) Alla stessa stregua di quanto dice Fritjof Capra a proposito delle “particelle subatomiche come concentrazioni di energia pura in stato di vibrazione piuttosto che vere entità materiali”.  

Capra insiste nel procedere “oltre il mondo degli opposti”, alla ricerca della “unità di tutte le cose”  ( Il Tao della Fisica, cit., pp. 148-152 e 165-166 ); sulla scia di Werner Heisenberg, vede la realtà fisica e microfisica formata non da “gruppi di oggetti” ma “da connessioni” ( p. 304 ); e, in base all' affermazione ecologica e olistica di origine leonardesca e visione taoista, ricerca “i moti delle cose nel loro mutamento” da una parte ( p. 327 ), e la loro “compenetrazione”, dall'altra ( pp. 342-350 ).

Il rigore con cui affronta questa discussione sulla simbolica delle varie combinazioni Yin e Yang si presta a ulteriori disanime e conclusioni epistemologiche sul 'mondo della vita', le interazioni delle forme nel dinamismo e nel giudizio che lo esprime ( pp. 322 sgg. ). Con una linea aggiunta alle quattro combinazioni base di yin ( “ –  – “ ) e yang  ( “ ---- “ ), linea che si assume e trascrive con un tratto unico sottostante  ( “ ------ “ ), ricava quindi 8 trigrammi e 64 esagrammi.

Notiamo le sovrapposizioni  di interazioni, nello schema di “simmetria”: 4 digrammi; 8 trigrammi; 64 esagrammi. Notiamo il lucidus ordo, che si ripropone. Notiamo, ancora, come i moti ridiventano strutture, sempre mantenendo l'istanza del dinamismo, essenziale. Notiamo come il “modello della simmetria” svolge l'alterna rappresentazione sia del Tao che dei processi insiti nella natura; e delle 8 coppie fisiche e quantitative degli opposti, che poi diventano storiche e qualitative, di Yin e Yang, ne Il Punto di Svolta sopra citato, del 1981 ( a cavallo delle varie riedizioni de Il Tao della Fisica ). (76)

In particolare, attirano l'attenzione dell'interprete e prosecutore le varie combinazioni dei trigrammi, che da geometriche e spaziali si fanno, ancora una volta, spirituali e temporali ; e così riportano a un nuovo 'giudizio' storico del processo che si è creato o ri-creato: “Progresso” dalle coppie di trigrammi “Adesivo/ Ricettivo”; ed “Entusiasmo “ dalle coppie di altri due, “Eccitante/Ricettivo”.

“Nell'antica Cina, si riteneva che i trigrammi rappresentassero tutte le possibili situazioni cosmiche e umane. Vennero designati con nomi che ne riflettevano le caratteristiche fondamentali – ad esempio -, 'Il Creativo', 'Il Ricettivo', 'L'Eccitante', ecc. – e furono associati a molte immagini prese dalla natura e dalla vita sociale. Essi rappresentavano, per esempio, cielo, terra, fulmine, acqua, ecc., come pure una famiglia formata da padre, madre, tre figli e tre figlie. Inoltre, furono associati ai quattro punti cardinali e alle quattro stagioni dell'anno. (..) Al fine di aumentare ulteriormente il numero delle possibili combinazioni, gli otto trigrammi vennero uniti a coppie disponendoli uno sull'altro. In questo modo si ottennero sessantaquattro esagrammi, ognuno formato da sei linee intere o tratteggiate. (..) I sessantaquattro esagrammi sono gli archetipi cosmici sui quali si basa l'uso dell' I Ching come libro di divinazione. Per l'interpretazione di qualsiasi esagramma devono essere tenuti presenti i vari significati dei suoi due trigrammi. Per esempio, quando il trigramma 'L'Eccitante' è situato sopra il trigramma 'Il Ricettivo' l'esagramma è interpretato come movimento che si incontra con devozione e quindi ispira Entusiasmo, che è il nome dato all'esagramma. L'esagramma 'Progresso', per fare un altro esempio, costituito da 'L'Adesivo' sopra 'Il Ricettivo', è interpretato come il Sole che sorge sopra la terra e quindi come simbolo di rapido e facile progresso. (..) Nell' I Ching, i trigrammi e gli esagrammi rappresentano le configurazioni del Tao che sono generate dall'azione reciproca dinamica dello yin e dello yang, e che si rispecchiano in tutte le situazioni cosmiche e umane. Queste situazioni, però, non sono viste come come statiche, ma piuttosto come fasi di un flusso e mutamento continui. Questa è l'idea fondamentale del Libro dei mutamenti che è espressa nel suo stesso titolo”. (77)

Capra coglie una sorprendente analogia con la “teoria della matrice 'S' in fisica quantistica”  ( sistema degli adroni ). “In entrambi i sistemi si pongono in rilievo processi piuttosto che oggetti. Nella teoria della matrice 'S', questi processi sono le reazioni delle particelle che danno origine a tutti i fenomeni del mondo degli adroni”. E qui fa testo il ricorso all'editore sapiente dei Ching, Richard Wilhelm: “i mutamenti sono una tendenza interna in base alla quale lo sviluppo si manifesta in modo naturale e spontaneo”. “Lo stesso può dirsi dei 'mutamenti' del mondo delle particelle. Anch'essi rispecchiano le tendenze interne delle particelle che sono espresse, nella teoria della matrice 'S', in termini di probabilità di reazione. I mutamenti nel mondo degli adroni danno luogo a strutture e a configurazioni simmetriche che sono rapprsentate simbolicamente dai canali di reazione. (..) E come l'energia fluisce attraverso i canali di reazione, così 'i mutamenti' fluiscono attraverso le linee degli esagrammi: 'Alterazione e moto senza requie, / Fluiscono per i sei posti vuoti; / salendo e ricadendo senza dimorare; / E' solo mutamento quello che qui opera' “.

Riassume ancora Wilhelm in sede di presentazione: “Sta in ciò il pensiero fondamentale del Libro dei Mutamenti. Gli otto trigrammi sono segni di mutevoli stati di trapasso, sono immagini che mutano continuamente. L'attenzione non è diretta verso le cose nel loro essere, come prevalentemente accade in Occidente, ma è rivolta ai moti delle cose nel loro mutamento. Così gli otto segni non sono effigi delle cose stesse ma immagini delle loro tendenze al movimento” ( sottolineature mie ). (78)

Ma codesto “mutamento” continuo delle linee tratteggiate in linee continue, e viceversa; e lo sguardo portato ai “canali di reazione”, in fisica degli adroni; o alle tendenze al movimento piuttosto che alle cose e alle loro strutture e simmetrie, ben risponde – in Occidente della storia e del pensiero – al “vitale”, al “flusso di coscienza”, al nesso cosmico tra io e mondo affisato in Croce o Joyce e Antoni,  da me sollevato a paradigma epistemico. Ma ciò non vuol dire che non si ripristino le strutture e le simmetrie strutturali, nel mutamento irrefrenabile e inestinguibile della natura e della vita. Lo abbiamo sopra dimostrato.

 Inoltre, nell'accoppiamento dei trigrammi in guisa di esagrammi, il 'concetto' simboleggiato alla fine di un 'processo' ( 'Entusiasmo' o 'Progresso', negli esempi tolti in esame ), non finisce per ripresentare una forma di 'pseudo-concetto' analogo a quelli discussi nella Logica di Croce del 1908 ? La giustapposizione dei trigrammi non ricorre – essa pure - a un ausilio 'intellettualistico', ineludibile anche e proprio nel momento in cui si discopre la realtà tutta ( fisica, storica e vitale ) come trasmutazione continua delle 'fogge' e delle 'tendenze ad essere', piuttosto che manifestazione di 'cose' e di 'forme' solide ?

Non a caso, Popper giganteggia, nel Poscritto alla Logica della scoperta scientifica del 1982-1984, allorché insiste sulle “propensioni” ad essere, sulle “propensità”, o sulle “proprietà disposizionali” ( all'interno delle riconosciute “probabilità” di reazioni ) delle particelle subatomiche, e sulla equivalenza tra propensioni e lunghezze d'onda, capacità e probabilità ad assumere certi stati ( da Heisenberg a Bohr a Schrodinger ).

Si vuol dire che anche l' Occidente è prossimo ad aspetti della filosofia vitalistica del mutamento e del taoismo; ma in un senso ben diverso da quello che gli vorrebbero attribuire Wilhelm e Capra, suo puntuale rimeditatore. E cioè: Il 'flusso del mondo della vita', in prima istanza; e l'ineliminabile approccio a puntelli e sostegni d'ordine simbolico, intellettualistico, geometrico, o simmetrico e spaziale, giocano lo stesso ruolo, ma a parte invertite. Il 'vitale' campeggia nelle filosofie otto-novecentesche europee. Il Tao lo assume ben prima, per efficacia di una plurimillenaria cultura. Ma la riscoperta di quest'ultimo orizzonte speculativo ne corrobora e conferma l'insistenza e la centralità ermeneutica. Inoltre, l'astrazione intellettualistica, lo schema, lo pseudoconcetto ( il 'Sole che sorge sulla terra', quindi l'Entusiasmo; e il Progresso; il momento 'ricettivo' e latente su cui 'aderisce' il nuovo e il Creativo, e via dicendo ) sono ineliminabili anche nelle filosofie orientali, assiomatizzando le 'corrispondenze' o le tante 'analogie', ancora da dimostrarsi. E così operando, le filosofie stesse dello Zen o del Tao dimostrano metodologicamente la universalità della 'gnoseo-prassi', dei 'punti fissi' nelle scienze fisiche e naturali ( a' la Mach, in empiriocriticismo; Bergson; Croce o Heidegger, a seconda dei contesti ideologici e filosofici pregiati ). Anche per questa via, metodologica o epistemica, lo 'storicismo' crociano è, dunque, 'pensiero olistico'.

9.Tempo e vita nel pensiero occidentale e ne 'I Ching'

Accostare immediatamente Oriente e Occidente, quattromila anni di dottrine e nostra 'sapienza dei secoli',“simultaneità” neokantiana o einsteiniana e“sincronicità” archetipale e junghiana, Tao della Fisica e  cosmologia, buddismo e cristianesimo, sarebbe operazione non solo impropriamente “adiafora” o indifferenziata, ma tale da rasentare quasi il ridicolo.  Già in passato si effettuarono tentativi di reperire analogie o omologie tra dettami evangelici cristiani e breviari di sapienza orientali, buddisti o taoisti e confuciani ( es.: “Chi si umilia sarà esaltato, che si esalta sarà umiliato” in Luca 14, 1, 7-14 con l'invito alla “modestia” del Libro dei Mutamenti; o il Genesi, 2, 5, dove il rigoglio dei singoli esseri è rapportato al cadere della pioggia, e l'inizio di tutte le cose nel carattere del “Creativo” del Libro Primo dei Ching, “Creativo che opera sublime riuscita ed è propizio per perseveranza”, quando “Le nubi vanno e la pioggia opera, e ogni singolo essere fluisce verso la propria forma”, dando vita agli archetipi delle idee; e via ). Scontiamo, inoltre, la difficoltà di non essere né sinologi né dotti nelle religioni orientali e nelle complesse diramazioni fra Testi, Materiali e Commenti delle reti di trigrammi e esagrammi del Gran Libro. Ma la strada della mediazione e “interpretazione” è stata battuta da Jung, Wilhelm e Capra, con un lavoro di scavo del massimo rilievo. Né bisogna dimenticare che, proprio nella Collezione Esoterica della Laterza ( sotto la direzione di Croce ), apparve l'edizione italiana di Das Geheimnis der Goldenen Blute (1929), che esaltava le figure del Mandala, dal momento che “quelli cristiani hanno Cristo nel centro coi quattro evangelisti e i loro simboli ai quattro punti cardinali. Tale rappresentazione deve essere molto antica

giacché in Egitto anche Horus coi suoi quattro figli viene così raffigurato” ( Il mistero del fiore d'oro, a cura di Jung – Wilhelm ). (79) In effetti, scriveva Einstein nel 1950: “Che cosa ci spinge dunque a elaborare teoria dopo teoria ? Perché, addirittura, formuliamo teorie ? La risposta alla seconda domanda è semplice: perché amiamo 'comprendere', ossia ridurre i fenomeni per mezzo del procedimento logico a qualcosa di già noto o ( manifestamente ) evidente. Prima di tutto sono necessarie nuove teorie quando si affrontano fatti nuovi che non possono essere 'spiegati' da teorie esistenti. Ma questa motivazione è, per così dire, banale, imposta dall'esterno. C'è un'altra motivazione più sottile e di non minore importanza. Si tratta dello sforzo verso l'unificazione e la semplificazione delle premesse della teoria nel suo insieme ( ossia, il principio di economia di Mach, interpretato come un principio logico )”. (80)

Il tentativo di unificazione è tanto più impegnativo e difficile quanto più disparate e distanti sono le fonti e le tradizioni speculative affrontate. Ma lo assumo in considerazione a partire da questo ultimo punto del principio di economia mentale di Mach, richiamato dall' Einstein, e smentito da Capra nel Tao della Fisica. Questi, pur avendo incentrto la propria ermeneutica sul modulo della “simmetria” nel confronto tra sistema degli adroni e delle particelle subatomiche in fisica quantistica e taoismo, alla pag. 297 del noto libro apprentemente in maniera inspiegabile va controcorrente e smentisce l'analogia. Di fronte all'ideale della “simmetria”, esaltato come peculiarità del mondo greco presso i Pitagorici e Platone, Fritjof Capra ( austriaco come Freud e Schrodinger ) contrappone nettamente la “asimmetria” dei disegni elaborati in Cina e Giappone, togliendo a prova la frequenza di prospettive “angolari”, degli scorci “da un angolo”: come se il fulcro della discussione debba gravitare su quest'unico campione pittorico, dimenticando tutto il resto. La ragione di ciò è difficile da spiegarsi: ma forse risiede nella “estraneità” del quadro che sommariamente diremo “ricompositivo” del pensiero occidentale, per Capra ( l'armonia strutturale, la tetrade, le quattro vie della purgazione in Pico, le quattro forme dello spirito umano in Croce, la quaternità in Kierkegaard, la quadruplice radice del principio di ragion sufficiente in Schopenhauer, le quattro vie dell'amicizia e la quarta ipostasi della verità in Florenskj, martire religioso russo ma che possiamo associare in un momento ermeneutico comune all'ideale classico della Libertà e di pensiero elaborato in Occidente, e così via ). Capra non segue questi percorsi; ma si appaga delle analogie sottili e profonde tra fisica e Tao, espungendo gli altri aspetti della restante tradizione teoretica: e tutto ciò risistema, anche se il motto “Tutto è in Tutto” risale alla lezione del taoismo e del confucianesimo e alla studiatissima struttura dei Ching.

Per fare altro esempio, “Perché c'è qualcosa anziché il niente ?” , caposaldo della dialettica nel pensiero occidentale dall'evo antico al moderno e contemporaneo ( Platone nel 'Sofista'; Leibniz; Croce; Whitehead; Heidegger ), sfugge totalmente alla comparazione metodica del filosofo austriaco. Pure, egli cita e riprende, in Tao della fisica: “ I risultati della fisica moderna sembrano quindi confermare le parole del saggio cinese Chang Tsai: ' Quando si conosce che il Grande Vuoto è pieno di ch'i, si comprende che non esistono cose quali il non-essere' “. Perché, in realtà, “La forma è il vuoto e il Vuoto è Forma”.  Ma codesta riqualificazione in positivo del negativo costituisce la chiave di volta del pensiero fisico e cosmologico: basti pensare all' “orizzonte degli eventi”, trattato da Stephen Hawking in Dal big bang ai buchi beri e poi esteso nelle ricerche di Kip Thorne a proposito dei  'Black Holes' . (81) Si vuol dire che il pensiero del Tutto, l'esigenza di con-cepire ( da*cum-capio, 'prendere insieme', come dice l' Einstein sopra citato ), o di *co-gitare da *cum-ago ( frequentativo ) come 'prendere insieme ripetutamente', quindi 'cogitare', pensare, è ben presente nella storia del pensiero occidentale; alla stregua dell'orientale, così come il *be-griff, 'concetto', deriva da prendere per il 'manico', afferrare la brocca, citato nel commento a I Ching. Come scrive Jung nella premessa all'edizione inglese de I Ching: “Il manico ( in tedesco Griff ) è la parte per quale il crogiolo può essere afferrato ( gegriffen ).Esso denota dunque il concetto (Begriff ) in cui si tiene l' I Ching ( il crogiolo ). Nel corso del tempo questo concetto è evidentemente mutato, così che oggi noi non possiamo più afferrare ( begreifen ) l' I Ching”. (82) Ma la mutata difficoltà non toglie l'omologia tra il 'concipere' e il crogiolo, prendere la brocca ed 'esercitare una presa' ( donde la 'brocca' di Rilke e Heidegger ). Anche la fonte pascaliana è un “segnavia” a intermittenza rivisitato, ma grande nella intuizione del carattere di “totalità” della natura, e della compresenza  dei tempi nell'accadimento e nella “prudenza” della previsione.

Si consideri il magistrale fr. 531 dei Pensieri, così vicino idealmente alla virtù della “modestia” nella divinazione de I Ching. Pascal dice: “Tutto può esserci mortale, anche le cose fatte per servire a noi: così, nella natura, i muri possono ucciderci, e gli scalini anche, se non camminiamo bene. Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra. Così, nella grazia, la più trascurabile azione interessa, per le sue conseguenze, tutto. Dunque, tutto è importante. In ogni azione bisogna considerare, oltre l'azione stessa, il nostro stato presente, passato, futuro, e quello degli altri cui essa interessa, e vedere la connessione di tutte queste cose. Allora si sarà molto guardinghi”. (83) Qui c'è la virtù della prudenza; la sintesi di stati d'animo in senso cristiano e in visione di costruttività umana; il tempo nell'accadimento e la dimensione immanente di presente passato e futuro; la possanza delle relazioni cosmiche, planetarie, onnicomprensive; l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo; la banalità dell' incidente quotidiano e del particolare pericolo; la dipendenza di tutto dal tutto; l'azione a distanza; la teoria fisica e microfisica “ante litteram”; la prima e vera “Ecologia profonda” ( “il mare intero cambia per una pietra” ); la totalità del mondo e della mente che lo contiene in quanto lo contempla; il “fascino dello sguardo totale che in mille modi ritorna e traluce nei progressi della scienza dell'arte e della filosofia, accompagnato dalla più sommessa e discreta disposizione all'ascolto”. E qualcosa di simile è adombrato nell'esagramma  20, 'Kuan', La Contemplazione, a proposito della corretta “conoscenza di sé”, nel 'Libro dei mutamenti': “La conoscenza di sé non consiste però nell'occuparsi dei propri pensieri, ma piuttosto degli effetti che partono da noi stessi. Solo gli effetti ottenuti nella vita danno una visione che ci permette di decidere se vi è progresso o regresso” ( p. 129 ). Del resto, non va dimenticato il forte senso del precedente vichiano, che anche da Pascal riprende – come dice nella “Autobiografia” - “lumi sparsi”: ”Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbono avere un motivo comune di vero”, incide il Vico nella Scienza Nuova seconda, Libro I. II. XIII. “Questa degnità è un gran principio, che stabilisce il senso comune del genere umano esser il criterio insegnato alle nazioni dalla provvedenza divina per diffinire il certo d'intorno al diritto natural delle genti, del quale le nazioni si accertano con intendere l'unità sostanziali di cotal diritto, nelle quali con diverse modificazioni tutte convergono. Ond'esce il dizionario mentale, da dar l'origine a tutte le lingue articolate diverse, col quale sta conceputa la storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni..”. Perciò, infatti – specifica Vico -: “E' necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniformemente intenda la sostanza delle cose agibili nell'umana vita sociale, e la spieghi con tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possano aver esse cose; siccome lo sperimentiamo vero ne' proverbi, che sono massime di sapienza volgare, l'istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e moderne, quante élleno sono, per tanti diversi aspetti significate” ( Scienza Nuova seconda, Libro I. II. XII ). “Sensus communis”, che era già tematizzato nella prolusione del 1709, De nostri temporis studiorum ratione: “Ut autem scientia a veris oritur, error a falsis, ita a verisimilibus gignitur sensus communis” ( “Come la scienza nasce dal vero, l'errore dal falso, così il senso comune dal verisimile” ). L'ermeneutica del Vico immane all'orizzonte della ricerca archetipale moderna. 

Jung ricorda tra l'altro in sede di premessa al Libro dei Mutamenti: “Se una manciata di fiammiferi è gettata per terra, essa forma il disegno caratteristico di quell'istante. Ma una verità ovvia come questa rivela la sua natura significativa solo nel caso che sia possibile leggere il disegno e  verificarne l' interpretazione, in parte mediante ciò che l'osservatore conosce della situazione soggettiva e oggettiva, in parte mediante il carattere degli eventi successivi”. (84)

 Per queste e altre consimili ragioni, accompagnato da umile disposizione all'ascolto, propongo un lascito di idee comuni a contesti categoriali diversissimi, che pertengono alla tradizione occidentale e al Tao, nella consapevolezza di offrire almeno un minimo contributo, stimolante per ulteriori ricerche e correlazioni. Il Tempo e i suoi simboli, quali il 50, Ting, detto “Il Crogiolo” ( che fu tirato a sorte anche da Jung per interrogare l'oracolo del Libro ), il 63 e il 64, “Prima del compimento” e “Dopo il Compimento”; la spiegazione dei Materiali al capitolo primo della Sezione seconda, sono del più alto interesse, dacché toccano l'esponenzialità del momento opportuno, che i Greci chiamavano il 'kairòs', illustrato in pagine fondamentali degli “Studi di iconologia” di Erwin Panofskj. Nel Libro dei mutamenti ( p. 352 dei Materiali ): “Sussiste uno stato di equilibrio quando le linee solide stanno in un posto solido, le tenere in posto tenero. Ma questo astratto equilibrio deve cedere all'alterazione e alla riorganizzazione quando il tempo lo richiede. Il tempo, cioè la situazione complessiva rappresentata da un esagramma, ha un ruolo importante per la posizione delle singole linee” ( p. 352 ). E per spiegare “Il Crogiolo”, illuminando la “consonanza tra vita e destino” ( con richiamo agli insegnamenti dello yoga cinese ) e la necessità di “afferrare il manico non alterato” ( a mente della genesi del “concetto” ), il Libro dei Mutamenti precisa: “E' raffigurato qui un uomo il quale in tempi di alta civiltà si trova in una posizione dove nessuno gli bada o lo apprezza. Questo è un grave ostacolo per il suo operare. Tutte le sue buone qualità e i suoi talenti vengono così inutilmente sprecati. Tuttavia, deve solo aver cura di possedere un autentico patrimonio sperituale. Alla fine verrà senza dubbio il tempo in cui gli impedimenti si allentano e tutto va bene” ( pp. 228-230 ). “Prima del Compimento” ( simbolo n. 64 alle pp. 278 sgg. ) segna il passaggio dal Caos all'ordine, “dallo scompiglio all'ordine”. E il n. 63, “Chi Chi” - “Dopo il Compimento”, insegna che “Solo il saggio riconosce in tempi simili i segni del pericolo, e sa scongiurarlo con tempestive misure”, di fronte alla IMMAGINE: “L'acqua è al di sopra del fuoco: / l'immagine delle cose dopo il compimento. / Così il nobile pondera la disgrazia / e se ne premunisce a tempo” ( pp. 274-277). “Osservazione. Come il segno 'Dopo il compimento' descrive il passaggio graduale dal tempo dell'ascesa fino al culmine di una civiltà per poi giungere al tempo del ristagno, così il segno 'Prima del compimento' raffigura il passaggio dal caos all'ordine. Questo segno sta alla fine del Libro dei Mutamenti. Esso indica che in ogni fine è insito un nuovo principio. Così dona agli uomini speranza. Il Libro dei Mutamenti è un libro dell'avvenire” ( p. 281 ). Anche questa “Osservazione” riecheggia in Vico “Altvater”, o Patriarca, e Joyce, 'erede non inerte', o prosecutore.

Sull' esagramma n. 22, “L'Avvenenza”, che fu interrogato da Confucio stesso secondo la tradizione cinese, il richiamo è da Jung espressamente riportato a Socrate, per l'invito a “fare musica”. Dove l'invito estetico e formale viene comparato a quello del dèmone socratico. “Confucio e Socrate gareggiano per il primo posto per quanto concerne la ragionevolezza e un atteggiamento pedagogico verso la vita. Ma nessuno dei due sembra essersi preoccupato di rendere 'avvenente il suo pizzo', come consiglia la seconda linea di questo esagramma”. Tuttavia: “L' I Ching insiste continuamente sull'importanza di conoscere se stessi” ( pp. 25-28 ). Il Tempo nel “Creativo” ( esagramma n. 1, con Materiali alle pp. 391-396) corrisponde al nostro “Con l'opera tacendo”. Per lui, l'uomo saggio o l'uomo santo, “il tempo significa soltanto che in esso i gradi del divenire possono spiegarsi in chiara successione. (..) Qui sono spiegati altri due attributi, 'propizio' e 'perseverante', in riferimento alla forza creatrice della natura. Il carattere della sua forza creatrice non è la quiete, bensì il moto e lo sviluppo costanti. (..) Così ogni cosa acquista la natura che le spetta, quella che, dal punto di vista divino, è chiamata destinazione. Questa è la spiegazione di 'propizio'. Trovando ogni  cosa la sua natura, sorge nell'universo una grande e durevole armonia, espressa dal concetto del 'perseverante' ( durata e integrità ). 'Elevandosi egli con il capo al di sopra della moltitudine degli esseri, tutte le contrade si trovano unite nella pace'. (..) In queste spiegazioni vi è un chiaro parallelismo tra il Creativo nella natura e il Creativo nel mondo umano. Le espressioni usate per il Creativo nella natura si basano sull'immagine del cielo simboleggiato nell'esagramma. (..) L'IMMAGINE: 'Il moto del cielo è vigoroso. Così il nobile rende se stesso forte e instancabile'. Il raddoppiamento del trigramma 'Il Creativo' è l'immagine del moto vigoroso, costantemente ripetuto. Dall'uguaglianza dei due trigrammi si deduce che si attinge forza in se stessi e che a ogni atto ne segue senza posa un altro. (..) Il Creativo guida ogni divenire, ma non si mostra mai, non si spinge avanti come capo. La vera forza è quella che si muove e opera senza apparire all'esterno”.

Una analogia con la posizione di Goethe durante le guerre napoleoniche è còlta da Wilhelm e Jung a proposito del simbolo n. 18, “L'Emendamento delle cose guaste”, e dei suoi molti significati: “Solo un lavoro compiuto sulla propria persona in vista delle mete superiori dell'umanità dà il diritto di isolarsi a tal punto. Poiché il saggio, anche se sta lontano dal trambusto del mondo, crea ugualmente incomparabili valori umani per il futuro” ( pp. 120-123 ). Goethe è anche ben parlante in riferimento alle spiegazioni del simbolo 11, “La Pace”: “Cielo e terra si congiungono: l'immagine della pace”. E Goethe, Dio e mondo - “Atmosfera”: “Per orientarti nell'infinito, / Prima distingui poi unifica” ( p. 95-96: tanto caro al Croce della unità-distinzione ). (85) E per tutta la sequenza dei simboli 15, “La Modestia”; 16, “Il Fervore” e 17, “Il Seguire”, ove il genio lirico e gnomico tedesco è richiamato per i lineamenti del Divano occidentale-orientale ( nobile nostro predecessore ), ai vv. 30 sgg. del Libro delle Sentenze: “E' giorno ancora, si muove alacre l'uomo, / Vien poi la notte, e ogni oprare è vano” ( p. 117 sgg. ). Mentre “La Modestia” (al trigramma sottostante come 'Il Monte' o L'Arresto e al sovrastante 'Il Ricettivo' ) recita: “La qualità della terra è lo stare in basso, ma in questo segno essa appare in posizione elevata, in quanto sta al di sopra del monte. Ciò mostra l'effetto della modestia in uomini umili e semplici: ne vengono elevati. La SENTENZA: 'Modestia crea riuscita. Il nobile porta a termine'. La legge del cielo rende vuoto ciò che è colmo e accresce ciò che è modesto: quando il sole sta al culmine deve volgere al tramonto seguendo la legge celeste, e quando sta nel punto più profondo sotto la terra si avvia a un nuovo sorgere. Quando la luna è piena va calando per la stessa legge, e quando è vuota ricomincia a crescere. Questa legge celeste opera anche nel destino degli uomini. La legge della terra è modificare il pieno e accrescere ciò che è modesto: i monti alti vengono erosi dalle acque e le vallate riempite. La legge delle potenze del destino è diminuire ciò che è pieno ed elargire fortuna a ciò che è modesto. E anche gli uomini odiano il pieno e amano il modesto. I destini seguono leggi fisse che si esplicano con rigore. Ma è in potere dell'uomo plasmare la sua sorte: dipende dal suo comportamento l'esporsi all'influsso delle forze benefiche o di quelle distruttive. Quando l'uomo sta in alto e si mostra modesto, splende nella luce della saggezza. Quando è basso e si mostra modesto, non può essere scavalcato. Così il nobile riesce a portare a termine la sua opera senza vantarsi della cosa compiuta. L' IMMAGINE: ' Dentro la terra sta un monte:/ l'immagine della modestia. / Così il nobile riduce quello che è troppo,/ e aumenta quello che è poco. / Egli pondera le cose e le rende uguali.' Così alto e profondo si completano, e il risultato è la pianura. Qui l'immagine della modestia fa apparire naturale e facile ciò che ha richiesto una lunga azione” ( pp. 109-112 ). Oltre i tratti evangelici o biblici più su richiamati  ( Isaia, 40; Luca, 14; Matteo, 25; Lettera di Giacomo, 4 ), non è chi non veda la possibilità di comparazioni ( variamente giustificate ) con la “Teogonia” di Esiodo e i versi in cui si decanta la virtù di equilibrio del saggio re, moderatore della Assemblea; o del Giudizio universale nella religione dei Parsi. Ma, alla fine, per la effigie della “Modestia”, in cui – eccezionalmente – tutte le linee sono positive e i cinesi vedevano il massimo compendio delle Virtù; formulo la tesi per la quale è la virtù “ermeneutica”, la saggezza sovrana e umile della “interpretazione”, in re ipsa, a costituire emblema filosofico della Modestia: vedansi la premessa di Luigi Pareyson a Verità e Interpretazione o il “Possiamo credere solo interpretando” di Paul Ricoeur. (86)

L'ermeneutica filosofica, vertice e adempimento, prova e risultanza della sapienza dei secoli, riconosce un altro fulcro nel simbolo del “Fervore”, il n. 16, detto “Yu”, conquistato grazie alla sovrapposizione di “Eccitante” su “Ricettivo”. “Il trigramma superiore, Chen, ha come attributo il movimento; l'inferiore, K'un, l'obbedienza, la dedizione. Ha quindi inizio un movimenrto che incontra dedizione e perciò suscita trasporto ed entusiasmo. (..) Così i corpi celesti non escono dalle loro orbite, e ogni evento naturale si compie secondo regole fisse. In modo simile stanno le cose anche nella società umana. Anche qui potranno avere esecuzione solo le leggi che hanno la loro radice nel sentimento popolare, mentre quelle che contrastano con questo sentimento destano solo esasperazione” ( pp. 112-113 ). Questo determinismo naturalistico e sociale è temperato dal riconoscimento della musica e delle leggi del cuore: “Quando il tuono, la forza elettrica, all'inizio dell'estate erompe di nuovo sonoro dalla terra e il primo temporale rinfresca la natura, una lunga tensione si scioglie. Sopraggiungono sollievo e gioia. Allo stesso modo la musica ha il potere di sciogliere la tensione nel cuore, la violenza degli oscuri sentimenti. Il fervore del cuore si manifesta spontaneamente nel canto improvviso, in danze e ritmici movimenti del corpo. Fin dall'antichità l'azione inebriante del suono invisibile, che muove e unisce i cuori degli uomini, fu sentita come un mistero. (..) Il sovrano, adorando la divinità nei suoi avi, diventava il Figlio del Cielo: in lui il mondo celeste entrava in contatto mistico con quello terreno. Lo stesso Confucio disse del grande sacrificio durante il quale si compivano questi riti: 'Chi comprendesse interamente questo sacrificio potrebbe governare il mondo come se questo ruotasse sulla sua mano'. Qui è raffigurato qualcuno che non si lascia abbagliare da nessuna illusione. Mentre altri si fanno accecare dall'entusiasmo, egli riconosce con perfetta chiarezza i primi segni del tempo.Verso l'alto non è servile, verso il basso non è incurante. Così è saldo come una pietra. Non appena si mostra il primo indizio di malumore, egli sa ritirarsi in tempo, senza perdere nemmeno un giorno. Perseveranza in questo comportamento reca salute. Confucio dice in proposito: ' Conoscere i germi, ciò è certamente divino'. 'Fervore che guarda in alto crea pentimento. / Esitazione reca pentimento'. Qui si ha il contrario della linea precedente : lì indipendenza, qui il fervido sguardo verso l'alto. Se si esita troppo, anche questo crea pentimento. E' opportuno cogliere il momento giusto nell'avvicinarsi; solo allora si colpisce nel segno” (pp. 114-116 ). Ritorna qui la centralità del 'Kairòs', punto di mediazione dei contrari, la vanagloria e l'esitazione, l'enfasi come il pentimento: al centro, permane il “fervore del cuore” ( ovviamente con le dèbite differenze ideologiche e antropologiche, sopra notate ). Sul tema del potere del saggio, Vico insegna: “La filosofia considera l'uomo quale dev'essere, e sì non può fruttare ch'a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo” ( Scienza Nuova seconda, Libro I. II. VI, Degli Elementi ). Addirittura, una remota anticipazione della tesi crociana della ideale contemporaneità della storia, dedotta in Teoria e storia della storiografia del 1915-1917, sta nella Immagine dell'esagramma n. 26, Ta Ch'u, 'La Forza domatrice del grande': “Il cielo dentro il monte allude a tesori nascosti. Così nei detti e nelle gesta del passato sta nascosto un tesoro che può essere usato per rinsaldare e accrescere il proprio carattere. Questo è il modo giusto di studiare: non limitarsi a nozioni storiche, ma rendere attuale il dato storico applicandolo di continuo” ( pp. 146-147 ). E cioè: non “cronaca” o “false storie”, dirà poi il Croce, ma interpretazione del passato alla luce di un “problema”, sentito nel “presente”.

Sul tema del Tempo, idealmente vicino a Corsi e Ricorsi storici, ciclicità, Il Ricorso del IV Libro di “Finnegans Wake” di James Joyce o il “Turning Point” di Capra, campeggia altresì il simbolo 24 – 'FU' – Il ritorno del Libro dei Mutamenti. “L'idea della svolta è indicata dal fatto che, quando ormai le linee scure hanno spinto dall'alto tutte le chiare, c'è di nuovo una linea chiara che entra nel segno dal basso. Il tempo delle tenebre è passato. Il solstizio d'inverno reca la vittoria della luce” ( sopra cit., da p. 140 ). Pure si completa il ciclo: “Dopo un tempo di decadimento viene la svolta. Riappare la forte luce che prima era stata scacciata. Vi è movimento. Questo movimento, però, non ha nulla di forzato. Il trigramma superiore K'un ha per carattere la dedizione. Si tratta dunque di un movimento naturale, generato spontaneamente. Perciò trasformare il passato è facilissimo. Cose vecchie vengono eliminate, cose nuove introdotte; e tutto corrisponde al tempo e perciò non reca alcun danno. Si formano associazioni di persone con idee affini. E questo aggregarsi avviene pubblicamente; esso corrisponde alla situazione del tempo e perciò ogni aspirazione particolaristica risulta esclusa; né queste unioni danno luogo ad alcun errore. Il ritorno è inerente al corso della natura. Il movimento è circolare, e l'orbita è conchiusa. Non c' è quindi bisogno di precipitare le cose con artifici: tutto viene da sé, quando il tempo è maturo. Questo è il Tao di cielo e terra” ( p. 141). Ritornano i temi del “Kairòs”, della 'opportunitas' , del saggio che scende nella città e del “secondo il man-tenimento” nel frammento di Anassimandro, ripensato come luogo teoretico da Martin Heidegger. E molto bella è la descrittiva fenomenologica del Ritorno. “Il movimento è ai suoi primi inizi. Perciò bisogna rinvigorirlo col riposo, affinché non inaridisca consumandosi anzi tempo. In tutte le situazioni analoghe vige il principio di lasciar rinvigorire col riposo la forza che sta riaffiorando. La salute che ritorna dopo una malattia, la concordia che ritorna dopo un dissidio: tutto deve esssere trattato con delicatezza e con riguardo durante la fase iniziale, affinché il ritorno conduca alla fioritura” ( p.142 ). “Camminando in mezzo agli altri / si ritorna soli”. Cioè: “Ci si trova in mezzo a una compagnia di persone insignificanti, ma si è in intimi rapporti con un amico forte e buono. Di conseguenza si torna indietro da soli. Sebbene non si parli né di premio né di punizione, questo ritorno è certamente assai propizio; poiché una scelta così risoluta a favore del bene ha in sé il suo premio. (..) Quando è venuto il tempo della svolta non bisogna nascondersi dietro magre scuse, ma rientrare in se stessi ed esaminarsi. E se si è commesso qualche errore bisogna confessarlo con magnanima decisione. Questa è una via della quale nessuno si pentirà “. ( p. 143 ). Non caricheremo certo sulla saggezza de I Ching un'anticipazione quanto mai remota del “fallibilismo” popperiano; se non per ricordare che quanto è stato il frutto ( anche sofferto e duro inizialmente a recepirsi ) della epistemologia moderna e contemporanea, riceve naturaliter luce e risalto nella filosofia della religiosità universale, a confutazione di ogni visione deterministica o totalitaria della “vita”, che da qualche parte pur si invoca, a quattromila anni di distanza.

Nel Commento alla Seconda Parte di Materiali, per il simbolo n. 2, 'K'un', “Il Ricettivo”, noteremo una ripetizione della quaternità. “Il Ricettivo mostra inoltre l'indole del servitore, e il secondo posto è del servitore. Oltre a ciò, il quadruplice carattere del Ricettivo: 'tenero', 'devoto', 'misurato' ( cioè centrale ), 'retto' ( cioè 'tenero su posto tenero' ) è espresso perfettamente in questa linea, che perciò è il signore del segno. Le espressioni della sentenza: 'Se vuole precedere egli si smarrisce, se invece segue trova una guida' e 'Propizio è trovare amici nell'Occidente e nel Meridione, rinunciare ad amici nell' Oriente e nel Settentrione', si riferiscono alla natura del funzionario”. ( pp. 405-407 ).

Oltre alle idee di 'quaternità','mutamento vitale', 'Ecologia profonda', 'Turning Point' e corsi e ricorsi storici, dialettica degli opposti, il plesso tematico del Tempo si conferma essenziale. Sì che di fronte al Libro dei Mutamenti e ai suoi continui appelli a osservare il 'Kairòs' ( o il 'tempo giusto', nel contesto orientale ), si liberano le quattro accezioni archetipali del Tempo nel pensiero poetante e nella analisi psicologica occidentale: a) i “gradi” in Leopardi; b) gli ”strati” in Orwell ;c) il “fondo” in Jung e d) il “giudizio” nel caso di Alberto, a un tempo “paziente” e “guaritore” ( come il “Puer” e “senex” di Hillmann ). A questo punto, è forte la tentazione – riepilogando – di applicare la regola dei trigrammi o esagrammi dell'antica sapienza alla “legge del campo associativo” enucleata per la poetica del ritmo e degli aggettivi di Leopardi. Il problema risiede nelle diverse modalità della 'coincidentia oppositorum', modalità con cui “nel tempo si incontrano due determinazioni opposte contraddittorie” ( per dirla nei termini kantiani ). Quelli di Leopardi sono ossimori in movimento, dinamici e per “gradi” sovrapposti ( non giustapposti ). In Silvia, “lieta e pensosa” è un di-gramma, ove l'idea secondaria di “lieta”, spensierata, si oppone all'idea primaria di “pensosa”. “Ridenti e fuggitivi” ( per gli occhi ) è un trigramma, perché “fuggitivi” comprende in seno l'idea secondaria di ritrosi e poi l'altra di sfuggenti o morenti. Mentre “il limitare di gioventù salivi”  assembla come un esagramma, dove il “limitare”vale: limite, confine; ma anche presagio di morte, soglia della negata giovinezza e limite estremo della vita. Ma gli aggettivi sono incisi 'a scalare', per 'gradi' ( dal lat. Gradus ) o passi e gradini appunto ( “salivi” ) e non per giustapposizione sul medesimo piano. Sono ossimori “prospettici” ( degni di sintesi tra dialettica e prospettiva ). Così, nel Canto notturno di un pastore errante dell' Asia , del 1829, su 143 versi, contempliamo un fulcro prospettico con tanti punti di fuga a ritroso e in avanti, nei vv. 61-64, fulcro ricco di aggettivi o forme attributive: “Pur tu, solinga, eterna peregrina / che sì pensosa sei, tu forse intendi, / questo viver terreno, / il patir nostro, il sospirar, che sia”, di snodo e sapore dialettico ( “Pur tu” ). I riferimenti sono alla “silenziosa luna” ( v. 2 ); “Ancor non sei tu paga” ( v. 5 ); “Ancor sei vaga / di mirar queste valli ? ( v. 7 ); il “tuo corso immortale” ( v. 20 ); “Vergine luna, tale / E' la vita mortale “ ( vv. 37-38 ) con richiamo: “Intatta luna, /tale / E' la vita mortale” ( vv. 57-60 ). E all'ingiù:”Star così muta in sul deserto piano” ( v. 80 ); “Ma tu per certo, / Giovinetta immortal, conosci il tutto” ( vv. 99-100 ) e “Candida luna” ( 138 ). Si spiega nel ritmo una dialettica di morte e immortalità; candore e verginità da un lato e pensosità-coscienza, nell' altro verso; o ancora, tra appagamento e vaghezza ( vv. 5 e 7 ). “Silenziosa” ( v. 2 ) si ricollega a “muta” ( v. 80 ); “corso immortale” ( al v. 20 ) a “peregrina” ( 61 ); “Eterna”  ( del v. 61 ) echeggia bene “Immortal” ( del v. 100 ); “solinga” ( v. 61 ) corrisponde a “candida” ( 138 ), e “pensosa” ( sempre al v. 62 ) vale il: “conosci il tutto” ( v. 100 ). E mentre ossimori “a scalare” sono incisi tra “Vergine” e “mortale” ai vv. 37-38, o tra “Intatta” e “mortale” nei 57-58; “vergine”, “intatta”, “solinga”, “eterna”, “peregrina” e “pensosa” disegnano un movimento ( ai vv. 37-38, 57-58, 61-62 ) che annega tra le braccia della “giovinetta immortal” e “candida luna” ( vv. 99-100 e 138 ). Graficamente, tutte le studiate combinazioni, 'dialettiche' e 'prospettiche', consentite da questo altissimo campione linguistico, possono rendersi come idea di un perno o raggiera centrale ( da cui si dipartono i meravigliosi 'punti di fuga': e sarebbe omaggio al metodo del critofilm d'arte, insegnato da Carlo Ludovico Ragghianti ); o come serie di “esagrammi” al centro e “trigrammi” a salire e scendere nella creazione artistica ( per stare ai termini della saggezza antica, data in affidamento nel “Libro dei Mutamenti” ).

Se in Leopardi gli opposti, dinamici e complessi ( “tessuti insieme” ), sono per “gradi”; in Orwell sono tenuti in altro modulo: b) per “strati”. E sono i “Layers of feeling”, che generano “false Memorie” dalla più remota infanzia, rinviando al proprio “strato più sottostante” ( “Undermost Layer” ). Ma è proprio la esultanza ritmica di Leopardi che ci aiuta a comprendere la importante differenza tra i “gradi” ( che procedono nella “prospettiva”) e gli “strati” ( che ristagnano nella “Età dell'ansia” ).

In Jung, l' associazione degli opposti è dominante, frutto di fonti antiche e classiche, alchemiche e sapienziali, archetipiche: c) la sua proprietà è il “Fondo”, l' “Unter-Grund”, “strato più sottostante”, che riporta all' “Archetipo” o alla “Figura materna”, in un giro di innesti su cui non mi fermo se non  in sede di riepilogo, perché porge il destro al contrappunto con il caso del paziente Alberto.  Anche qui: d) il contrappunto, invero singolare, è dato dalla figura degli opposti in Alberto, perché lo “strato” non è più il “Fondo” junghiano ma lo “stato ultimo”, il “più recente”, sul piano della “simultaneità degli opposti”, frutto di una conquistata “comprensione” e di un maturo “Giudizio” per la insegnante. “Sì, tu molto ansiosa ma sempre fiduciosa, vieni con me”, è forma che raccoglie gli opposti “ansietà” e “fiducia”, nella “simultaneità” della comprensione, nel “giudizio” e nella “regalità di fronte al quotidiano”. Alberto “dà aiuto, pur avendone bisogno”. Non è “Ricettivo”, come il Josif K. del Processo  di Kafka secondo Fromm. Ha capito la legge psicologica dei contrari, lo stato delle emozioni, “dialettico” perché “prospettico” nella propria insegnante. “Sì, Essere assistito solo donandomi amore energico non amore responsabilizzante tanto ansiosa. Rilassata solo sapendomi interagente”, è un altro giudizio che percepisce gli opposti “ansiosa” e “rilassata”, tanto più alto e comprensivo da “mettere i brividi” ( si ricorderà ) alla docente Graffigna. Quindi, è lo stato “più recente”, “ultimo”, perché “portato alla coscienza” e così percepito, valutato e “giudicato” dal paziente. Anche qui, Jung aiuta a porre la differenza con lo stato di Alberto Cadei: mentre per lo psichiatra, la coincidentia oppositorum giace al “Fondo”, allo strato più “sottostante”, archetipale, perché 'inconscio'; per il paziente e intelligente autistico, essa appartiene allo statuto giudicante perché 'ultimo' e da 'ultimo' sollevato alla cosciente comprensione. Così, il 'paziente' è, o diventa, 'terapeuta' per l' insegnante. L'ammalato, guaritore: in un nuovo 'Libro dei Mutamenti', dove basta lo scarto di un trattino o di un segno a mutare registro. Ed il cerchio, mirabilmente, si chiude.

10. “Mememormee”. Archetipo dell'acqua

Tutto è in tutto. L'inizio è nella fine. E la fine è un nuovo inzio. “Il nulla è anche un tutto”. Dopo nascita, ascesa, decadenza, c' è un nuovo riscatto, “il Ricorso”. Mutamenti, corsi e ricorsi ideali eterni, fisica quantistica e flusso di coscienza, reologia ( scienza del fluire ) e Tempo sono le trasmigrazioni continue dell'episteme contemporanea. Come scrive Fritjof Capra nel Tao della fisica: “E' un fatto sorprendente che la maggior parte di queste regolarità possa essere rappresentata in modo molto semplice qualora si faccia l'ipotesi che tutti gli adroni siano costituiti da un piccolo numero di entità elementari che finora hanno eluso l'osservazione diretta. Queste entità hanno ricevuto il fantasioso nome di 'quark' da Murray Gell-Mann il quale, quando ne postulò l'esistenza, rinviò i suoi colleghifisici all'espressione di Finnegan's Wake di James Joyce, “Three quarks for Muster Mark”. Gell-Mann riuscì a spiegare un gran numero di schemi di simmetria nei quali si possono ordinare gli adroni, quali gli ottetti e il decupletto analizzati, assegnando opportuni numeri quantici a questi tre quark e ai loro antiquark, e mettendo quindi insieme questi 'mattoni elementari' in varie combinazioni per formare barioni e mesoni i cui numeri quantici fossero ottenuti semplicemente sommando quelli dei quark loro costituenti. In questo senso, si può dire che i barioni 'sono composti' da tre quark, le loro antiprticelle dai corrispondenti  antiquark, e i mesoni da un quark più un antiquark”. (87)

In effetti, Enrico Terrinoni precisa, a commento del Capo I del Libro III della “Veglia”: “Il capitolo era stato inaugurato proprio da una famosa invocazione a Marco ( “Three quarks for master Mark”, 383.01, in originale “Three quarks for Muster Mark” ), a cui si ispirò Gell-Mann per battezzare la nota particella subatomica”. Dove “Quark” era a sua volta non solo rimando al “cra-cra” della canzone derisoria intonata da uno stormo di uccelli per accogliere il Re, ma anche la crasi di “Question” e “mark”, “punto inrerrogativo”, emblema dell'opera e figura di Joyce stesso, nella pubblicistica e ritrattistica contemporanea. (88)

“Reologia”, fiume del Tempo, quaternità e archetipo dell'acqua sono essenziali “tra Vico e Joyce” ( per noi, Attila Faj, Donald Ph. Verene e Andrea Battistini ). Per Joyce, che “si diverte” nella parodia filosofica delle nuove dottrine della scienza e del tempo, il medesimo luogo è in grado di 'prendere in giro' Bergson ( “Bitchson” ), Proust ( “Recherchée” ), Einstein ( “Winestain” ), la fisica quantistica ( “a quantum Theory” ) e la dottrina degli “pseudoncetti” empirici e astratti in Croce ( “harrogatto” e “arrogatto”, nella bella versione, che è interpretazione, di Luigi Schenoni ). Ma, poi, tutto il gioco ironico e linguistico, caricaturale e insieme perspicuo, modellato nella densa pagina joyciana, è tradotto – a sua volta – nella priorità archetipale” dell' acqua, del suo “fluire” e precipitare, ritornare e sciabordare continuo, fino ai vertici di Anna Livia Plurabelle, della foce del fiume Liffey e del 'ricominciamento' del mare. Poche espressività del mondo della vita si conoscono, in letteratura universale, altrettanto “pluriprospettiche”, mutevoli e cangianti, ma insieme ideal-tipiche e tematicamente ripropositive, della “Veglia” universale del Joyce ( anche per chi è avvezzo al pluriprospettivismo dell'ermeneutica filosofica moderna e alla cosiddetta “multi-disciplinarietà” ). Sì che, per la teoria quantistica ( 'ogni teoria fisica in cui la costante di Planck ha un ruolo essenziale' ), Joyce si diverte così: “Talis is a word often abused by many passims ( I am working out a quantum theory about it for it really most tantum ising state of affairs )” ( FW, I, V-VIII, pp. 149 e 149bis ). “ Talis è una parola spesso maltrattata da molte passimsone ( A questo proposito sto elaborando una teoria del quantum perché in realtà è una situazione veramente allettantum )” ( Schenoni ).

A conclusione di tutto il passo, che è un concentrato di citazioni e di rimandi filosofici e scientifici. “ From it you will here notice, Schott, upon my for the first remarking you that the sophology of Bitchson while driven as under by a purely dime-dime urge is not without his cashcash charackteristicks, borrowed for its nonce ends from the fiery goodmother Miss Fortune ( who the lost time we had the pleasure we have had our little Recherché brush with, what, Schott ?) and as I further could have told you as brisk as your D.B.C. behaviouristically pailleté  with a coat of homoid icing which is in reality only a done by chance ridiculisation of the who-who and where's hairs theorics of Winestain. To put it all the more plumbsily. The speechform is a mere sorrogate. Whilst the quality and tality ( I shall explex what you ought to mean by this with its proper when and where and why and how in the subsequent sentence ) are alternativomentally harrogate and arrogate, as the gates may be”. E cioè, per Schenoni: “Da ciò noterai qui, Schott, quando ti ho segnalato la prima volta che la sofologia di Bitchson seppur mossa come sotto da una spinta puramente campcamporale non è priva di caraccotteristiche straz-straziali, assorbite per le proprie estremità paradorsali dalla fatosa matrina Miss Fortune ( con cui la persa volta che abbiamo avuto il piacere abbiamo avuto la nostra piccola scaramuccia recherchée, vero, Schott ?) e come potrei anche averti detto è briosa come la tua D.B.C., pailletée behaviouristicamente con uno strato di glassa omoide che in realtà è solo una ridicolizzazione donata ben a caso delle teorie del cuucuu e del cheeddee di Winestain. Per presentare tutto più piombamente: La struttura linguistica è un semplice sorrogatto. Mentre la qualità e la talità ( ti splesserò quello che dovresti intendere con ciò con l'appropriato quando dove perchè e come nella frase seguente ) sono alternativomentalmente harrogatto e arrogatto, a seconda dei gatti”. (89)

In un contesto ricco di satira antiaccademica e antiprofessorale ( poco dopo, alle pp. 150 e 151, è satireggiato due volte il professor Levy-Bruhl, come “Professor Loewy-Brueller” e “Professor Levi- Brullo”, celebre studioso della mentalità dei primitivi ), Joyce compendia la questione dello spazio e del tempo e di 'Talis e qualis', come dire dei 'princìpi costitutivi' e 'regolativi': “Per metterla nella maniera più oscura possibile” - “To put il all the more plumbsily”, alludendo magistralmente ai due tipi di 'pseudoconcetti' ( empirici e astratti ), nella Logica come scienza del concetto puro di Croce, e giochicchiando sull'esempio di “gatto”.

“Tutt'altra cosa sono i concetti finti o finzioni concettuali, perché in questi o il contenuto è fornito da un gruppo di rappresentazioni, e perfino da una singola rappresentazione, epperò non sono ultrarappresentativi; ovvero essi non hanno alcun contenuto rappresentabile, epperò non sono onnirappresentativi. Del primo tipo offrono esempi i concetti di casa, gatto, rosa; del secondo, quelli di triangolo o di moto libero”. (90)  Ma sono, entrambi gli pseudoconcetti, utili perché esiste un nesso imprescindibile tra “fine pratico e l'utilità mnemonica”. “Poiché si conosce per operare, e tutte le nostre conoscenze debbono via via venire evocate per via via operare, sorge l'interesse pratico di provvedere alla  conservazione del patrimonio delle conoscenze acquistate”. Franchini aggiunge, poi, che gli pseudoconcetti “non sono affatto una particolare prerogativa delle scienze matematiche, fisiche o naturalistiche”, ma si ritrovano nei casi della storiografia, economia e critica letteraria, ovunque si adottino schemi, partizioni, classificazioni, generi e tassonomie. “The speechform is a mere sorrogate”: 'la tecnica è un mero surrogato', diciamo noi con Joyce ( e il fatto che il genio irlandese scriva 'gate' e 'gates', non 'cat' o 'cats', rientra nel più complesso 'full game', 'gioco denso di concetti', che è stato merito di Luigi Schenoni aver reinterpretato: “harrogatto” e “arrogatto”, “a seconda dei gatti”). (91) Il fatto che la “gnoseoprassi” si estenda a categorie quali la partizione amministrativa di confini e stati, la sociologia, la storiografia, la critica letteraria, la “sofologia” in generale ( come espone Joyce e l'ermeneutica filosofica posteriore chiarisce) vuol dire che, per il loro contenuto fornito da “un gruppo di rappresentazioni”, “non sono né possono essere ultrarappresentative”. Mentre gli “pseudoconcetti” del campo delle scienze fisiche e matematiche ( 'moto libero', 'triangolo' ), che non hanno alcun contenuto rappresentabile e per ciò “non sono né possono essere onnirappresentativi”, neanche sono estensibili ad altri ambiti predicativi della “gnoseoprassi”: e dunque, non “sorgono dal concreto e dopo il concreto”, non avendo prius, o prima di sé  o innanzi a sé, alcun “concreto” da elaborare e predicare ( il che non era stato chiarito né da Giorgio Fano, né da Raffaello Franchini, espressosi sul punto in contrario ). In questo senso, che è un poli-senso, più raffinato e più alto di ermeneutica, si può ora intendere – secondo noi – il periodo joyciano: “Whilst the quality and tality are alternativomentally harrogate and arrogate, as the gates may be”. Cioè: “Mentre i giudizi predicativi di 'sostanza' e di 'funzione'

( Cassirer ), 'costitutivi' e 'regolativi' ( Kant ), di 'esistenza' e di 'modalità categoriale' ( Croce dopo Croce ) = 'the quality and tality', sono alternativamente e nella considerazione mentale alternativa, della “ragione pensante” e dell' “intelletto astraente” = 'alternativomentally', 'giudizi empirici' e 'giudizi astratti' = 'harrogate and arrogate', 'secondo le possibilità o modalità' = 'as the gates may be'”. (92)  Che è una versione-interpretazione al contempo diversa ma nella stessa linea che procede da quella – intelligente - di Luigi Schenoni. Gli è che “the Gates” in Joyce corrisponde alle “Guise” - ancora una volta – in Vico ( le Guise o “les manières” di Alain Pons, traduttore della Science Nouvelle, e che sono le “modalità” del Giudizio, da Kant a Croce o all'empirio-criticismo di scuola austriaca ). Il pensiero del Joyce è profondamente intriso di Vico e vichismo, non nel senso superficiale della mera dottrina dei corsi e ricorsi storici ( dottrina che disegna il campo – per dir così – della sua 'interpretazione' generale ); ma, proprio, nelle benché minime riflessioni e pieghe ragionative.

“Aquilex” - “Raccoglitore di acque”, è mito vichiano – joyciano sulle fonti della vita e della storia. “L'ultimo libro di FW è tra le pagine più belle mai composte da uno scrittore. Racconta la breve fine di ALP, fiume che muore nel mare della baia di Dublino poco prima dell'alba, per poi rinascere tra le ceneri della fenice che abita il parco nel cuore di Dublino” ( Terrinoni ). E' la stupenda immagine

di Vico che riporta la fine del fiume che addolcisce le acque del mare in prossimità della foce, sempre ripresa a illustrazione dei profili della dialettica e delle origini: “..dentro a quali, come gran corrente di real fiume ritiene per lungo tratto di mare e l'impressione del corso e la dolcezza delle acque, scorse l'età degli dèi, perché dovette durare ancora quella maniera religiosa di pensatore che gli dèi facessero tutto ciò che facevan essi uomini..”. (93) “La favella poetica, com'abbiamo in forza di questa logica poetica meditato, scorse per così lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l'acque portatevi con la violenza del corso”.

Nel Libro dei mutamenti, a proposito dei trigrammi in movimento, sovviene specialmente il “segno dell'acqua” che somiglia al segno per: “shui”, in cinese 'acqua', tre linee che scorrono in basso nella pagina 48 n. 1, la centrale diritta e le due laterali tratteggiate. ( 94) Alla fine, che è un reinizio, di Finnegans Wake, è una delle parole più belle coniate dal Joyce: “mememormee”. “Il termine ci parla di memoria / e, mamma / e, mummia / e, mimi, ammirazione di sé: me more me  ( “me più me” ), amore e morte”. (95)

John Bishop si sofferma sulla radice: mem , la “m” in ebraico, e il simbolo egizio costituito da “piccole onde in movimento”, “acqua mossa”. (96) Qui tutto rifluisce e s'incontra mirabilmente in tutto. “Il nulla è anche un tutto”: “non in quanto ricordato, ma in quanto non ricordato”. “Forget ! Remember !”, asserisce simultaneamente il Joyce. E l'analista Jung riferisce il Libro egiziano dei morti; come “Il raggiungimento di uno stato calmo”, “secondo un percorso ricco di momenti analitici delle emozioni”, “valido aiuto nel tendere a quella condizione senza memoria e senza desiderio ( o: 'non attaccamento e non avversione a memoria e desiderio' ), che Bion indica come assetto mentale dell'analista in ascolto”. (97) Il “sogno affonda nell'abisso”, dice Freud. E qui Jung ritrova, giocando con i propri I Ching, come persone destinatarie del lancio delle monete, dopo aver incontrato Il Crogiolo, propriamente L'Abissale, simbolo dell'acqua. (98) “L'irrazionale pienezza della vita mi ha insegnato a non scartare alcunché, nemmeno ciò che va contro tutte le nostre teorie ( così effimere, nel migliore dei casi ), comunque non ammette spiegazioni immediate. E' inquietante, certo, e non si può mai dire se la bussola funziona o se è impazzita; ma la sicurezza, la certezza e la quiete non portano mai a nessuna scoperta. Altrettanto vale per questo metodo cinese della divinazione.. E' ovvio che io sono profondamente convinto del valore della conoscenza di sé; ma che senso ha raccomandare questa conoscenza quando i maggiori saggi di ogni tempo ne hanno predicato la necessità senza successo ? Persino all'occhio più prevenuto è chiaro che questo libro rappresenta una sola, lunga esortazione a esaminare con cura il proprio carattere, il proprio comportamento e le proprie motivazioni. (..) Non voglio tediare il lettore con queste considerazioni personali; ma, come ho già detto, la personalità del singolo individuo è molto spesso coinvolta nel responso dell'oracolo. Infatti, nella formulazione della mia domanda ho addirittura invitato l'oracolo a commentare direttamente la mia azione. La risposta è venuta con l'esagramma n. 29, “K'an”, “L'Abissale”. Il terzo posto vi acquista un particolare rilievo perché la linea è disegnata da un sei. Questa linea dice: 'Avanti e indietro, abisso sopra abisso, / In tale pericolo fèrmati per ora, / altrimenti nell'abisso finisci in una buca. / Non agire così' . (..) Altrettanto pertinente è il confortante inizio di questo esagramma: 'Se sei verace hai riuscita nel cuore'; perché sta a indicare che qui l'elemento decisivo non è il pericolo esterno, ma la condizione soggettiva, cioè se si crede di  essere 'veraci' o no. L'esagramma paragona l'azione dinamica, in questa situazione, allo scorrere dell' acqua, la quale non teme nessun punto pericoloso ma scavalca scogli e colma le buche lungo il suo percorso. ( 'K'an' rappresenta anche l'acqua ). Questo è il modo in cui il 'nobile', l' 'uomo superiore' agisce ed esercita 'l'arte dell'insegnamento' “. (99)

“L'esagramma consiste nella ripetizione del trigramma K'an. E' uno degli otto segni doppi. Il trigramma K'an significa 'precipitare dentro'. Una linea yang è precipitata tra due linee yin e ne è circondata come l'acqua dentro una gola montana. (..) L'immagine rappresenta l'acqua, e in particolare l'acqua che viene dall'alto e che sulla terra si muove in fiumi e torrenti, suscitando ogni forma vivente. Riferito all'uomo, questo segno rappresenta il cuore, l'anima racchiusa nel corpo, il luminoso contenuto nell'oscuro, la ragione. L'Immagine: 'L'acqua scorre ininterrottamente e arriva alla meta: / l'immagine dell'abissale ripetuto. / Così il nobile incede in durevole virtù / ed esercita l'arte dell'insegnamento” ( sottolineature mie ). (100) L'acqua s'incontra ancora con l'archetipo dell'ottagono, in Jung studioso del buddismo: “Un'importanza speciale tocca all'acqua nel paese di Amitabha. Essa si trova, corrispondentemente all'ottagono, in figura di otto laghi. La sorgente di quest'acqua è una gemma centrale, Cintamani, la perla del desiderio, un simbolo della 'cosa preziosa difficilmente raggiungibile' e del valore supremo. (..) La figura di Buddha siede nel lato rotondo, nel centro dell'ottagonale paese di Amitabha. Buddha è contraddistinto dalla 'gran compassione' con cui 'accoglie tutti gli esseri', quindi anche il  meditante” ( Psicologia e religione, cit., pp. 568-573, come Psicologia della meditazione orientale ).

L'archetipo dell'acqua, come archetipo e principio della vita; l'abissale ripetuto; il reinizio del ciclo; la donna-fiume; la teoria ideale eterna dei corsi e ricorsi storici; il perenne fluire e rifluire del corso dei fiumi che annegano nel mare; l'impetuosità e la dolcezza; l'assestamento della ragione; il sistema e le funzioni della 'quadratura'; le attinenze con l'ogdoade o forma ottagonale; la gemma del desiderio e la 'meditazione'; il  luminoso nell'oscurità; la nuova teoria del giudizio; la 'Ecologia profonda'; il Tempo in cui s'incontrano le determinazioni opposte; e le varie modalità di sintesi degli opposti 'dinamici', in estetica e psicologia: questi i temi della indagine, in breve giro riassuntivo di infinite diramazioni e nuovi percorsi. E “Mememormee”, suona come lo sciabordìo dell'acqua del mare sulla riva, in senso onomatopeico oltre che filosofico, fisico dentro il filologico. Quando la sera è tranquilla, vicino al tramonto, i suoni “ Me me” - “Mor” - “m e e” , evocano il distendersi dell'onda, l'approdo e la dolce risacca, in perpetuo moto ( per Leonardo, “causa di ogni vita” ): evocazione che il pensiero poetante di Joyce ci affida, ri-conoscendo le “origini del vitale”, anche nel ricorso ai miti dell'acqua e del mare ( da Ulisse alla Sirena alla leggenda di Niccolò Pesce ).   

 

 

 

 

 (1) Georg Simmel, Il conflitto della civiltà moderna (1924-1925), a cura e con Postfazione di Giuseppe Rensi, ed. it., SE, Milano 1999, pp. 47-53 e 21. - Un caso particolare, ma esponenziale, di “conflitto”, già enunciato da Leone Trotckij ne La rivoluzione tradita ( Schwarz, Milano 1956, p. 234 ): “In un Paese in cui lo Stato è il solo datore di lavoro, opporsi significa morire di fame. Il vecchio principio 'chi non lavora non mangia' è sostituito da quest'altro 'chi non si sottomette, non mangia' “ è stato ripreso da Luciano Pellicani, Le sorgenti della vita, SEAM, Roma 1997, p. 199.

(2) Giuseppe Brescia, Tempo e Libertà. Teorie e sistema della costruttività umana, Lacaita, Manduria 1984; e Del vitale, Laterza, Bari 2010.

(3) Cfr. Introduzione a Le età del mondo, trad. it. Tatasciore, Guida, Napoli 1991, p. 39; Giuseppe Brescia, Il vivente originario, con Prefazione di Franco Bosio, Libertates, Milano 2013, pp. 69-75.

(4) Schelling Werke, ed. Stuttgart, VIII, 1861, p. 211 in: 195-344; G. Brescia, Il vivente originario, l. c. con Modalità del Tempo. Saggio con quattordici proposizioni, “Ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà” ( Omero, Esiodo, Epicuro, Heidegger ), in “Filosofia e nuovi sentieri” del 14 gennaio 2018.

(5) Giuseppe Brescia, La “fucina del mondo”. Modi della complessità, in “Filosofia e Nuovi Sentieri”, 24 febbraio 2019, con 4 commenti.

(6) I. Kant, Critica del Giudizio, ed. it. Gargiulo-Verra, UL, Bari 1972, pp. 3-7 e §§ 49, pp. 172-179; 60, pp. 220 sgg.; 83, pp. 311-313; Giuseppe Brescia, 'Non fu sì forte il padre'. Letture e interpreti di Croce, Editrice Salentina, Galatina 1978.

(7) Dall'esperienza del pensare ( Erfahrung des Denkens ), Città Nuova, Roma 2000; Armando Rigobello, Autenticità nella differenza, Studium, Roma 1989; con Giuseppe Brescia, “Il caro, il dolce, il 'pio' passato”. Bassani e la memoria, Laterza, Bari 2009, pp. 21-33; e Tempo e idee. 'Sapienza dei secoli' e reinterpretazioni, con Prefazione di Franco Bosio e Postfazione di Beniamino Vizzini, Libertates, Milano 2015; Angelo Andreotti, Il nascosto dell'opera. Frammenti sull'eticità dell'arte, Italic, Ancona 2018.

(8) Cfr. Giuseppe Brescia, L'anima e l'Occidente. 'Filosofia del giusto – Psicologia del profondo', Andria 2000 e Laterza, Bari 2001; Carl Gustav Jung, Symbolik des Geistes, 1953, 2^ ed., p. 399 e La simbolica dello spirito, trad. it. di Olga Bovero Caporali, Torino 1959, pp. 243 sgg.; L'io e l'inconscio, trad. it., Torino 1973, p. 75; Sandro Vero, Il racconto delle passioni, ed. Bonanno 2018; e “Filosofia e nuovi sentieri”, 27 marzo 2019.

(9) Cfr. H. Bergson, L'idée de Temps. Cours au Collège de France 1901-1902 , ed. P.U.F, Paris 2019; Thomas Mann, Der Zauberberg (1912-1924);  Scritti minori (1938), Milano 1958, p. 374; Epistolario 1899-1936, Milano 1963, pp. 693-698 del carteggio con Enzo Paci, autore di Ingens Sylva ed Esistenza e immagine, Milano 1950; con i miei Tempo e Libertà, cit. 1984; L'anima e l'Occidente; Del vitale, cit., 2001 e 2010; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, Laterza, Bari 2003, pp. 12-39.

(10) P. Carabellese, Critica del Concreto (1921), 3^ ed., Sansoni, Firenze 1940; La filosofia dell'esistenza in Kant, 1940-1943, a cura di Giuseppe Semerari, Bari 1969; L'essere e la sua manifestazione. I. Dialettica delle forme, voll. 3 ( 1943-44, 44-45, 45-46 ), Castellani, Roma 1947; II. Io ( 1946-47 ); poi, L'attività spirituale umana ( 1947-48 );  Luciano Anceschi, La 'terza parte' del sistema e il pensiero estetico del Carabellese in Giornate di studi carabellesiani, Silva, Milano 1964, pp. 75-93; Giuseppe Brescia, Questioni dello storicismo. II. Il tempo e le forme, Editrice Salentina, Galatina 1981,pp. 11-79.

(11) Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1946), voll. I-II, ed. it., Einaudi, Torino 1968. - Per l'arcano teatrale, v. Gustave Flaubert, Correspondance, Paris 1904, IV, p. 180 ( lettera a George Sand del 1874 ); B. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia dell'estetica italiana ( 1908 ), Bari 1966, p. 113 con le Deformazioni di una mia teoria estetica (1912), poi in Pagine sparse, Bari 1960, I, pp. 510-516 (a proposito della dinamica del sentimento).

(12) Cfr. Fogli triestini. Giacomo Joyce, in “Joyciana” 2, a cura di Lia  Guerra, Pisa 2007, pp. 98-99 per la trascrizione della Pagina IX del manoscritto originale e la pag. 101 per la prosecuzione del commento; con il mio James Joyce. Lettera dalla posterità, ITES Carafa di Andria, “Percorsi e Discorsi”, del marzo 2019; e in Generazioni del Tempo, Matarrese, Andria 2018, pp. 156-196.

(13) Dubliners (1904-1914), Grant Richards, 1914; Gente di Dublino, trad. Lami, Milano 2002.

(14) La Poesia (1936), Bari 1963.

(15) S. Freud, Opere 1909-1912, Volume sesto, Torino 1974, pp. 185-191; A. Bain, Logic, London 1870, vol. I, p. 54.

(16 ) Varrone, nel De lingua latina, aveva ipotizzato che il termine lucus ( bosco ) derivasse da lucere ( avere luce ), ma “in quanto il bosco 'non' luce”. Il paradosso linguistico ed etimologico divenne poi proverbiale per la incongruenza. Ma Freud, giocando sulla possibilità di oscillazioni semantiche del linguaggio, tende a giustificarne la interna contraddittorietà luce-non luce.

(17) Freud, Opere 1909-1912. Volume sesto, cit., p. 191. - Il campione ermeneutico offerto dagli opposti in Freud, eminentemente statici e inerti, altro non è che un aspetto saliente della critica più avvertita alla psicoanalisi freudiana, improntata alla “fissità” e non alla “plasticità” della memoria e del cervello né al “dinamismo” delle elaborazioni inconsce, al dire di Vittorino Andreoli, Freud. Sette lezioni sulla psicoanalisi, Marsilio, Venezia 2019, Quarta lezione. Una critica, 75-91 e passim.

(18) Cfr. almeno Emilio Peruzzi, Saggio di lettura leopardiana, in “Vox Romanica”, XV (1956), 2, pp. 94-163; Domenico Consoli, Per una lettura di 'A Silvia', “Italianistica”, IX/1 (1980), pp.74-101.

(19) Raffaello Franchini, Teoria della previsione , Napoli 1972 (2^ ed.), p. 106.

(20) Attilio Momigliano, Introduzione a Leopardi (1936), in Introduzione ai poeti, Firenze 1964, pp. 216-221; B. Croce, Il carattere di totalità dell'espressione artistica, Bari 1917.

(21) B. Croce, Terze pagine sparse, Bari 1955, I, p. 126.

(22) Carl Gustav Jung, Coscienza inconscio e individuazione, in “Zentralblatt fur Psychoterapie”, 1939, pp. 265 sgg.; “Aion”, 1951, p. 379. Cfr. Giuseppe Brescia, Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva, Bari 2000, vol. II, pp. 185-199;  Questioni dello storicismo.II. Il tempo e le forme, Galatina 1981, p. 143.

(23) Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato (1951), ed. it., Garzanti, Milano 1973; Anatomia della distruttività umana, ed. it., Mondadori, Milano 1975; Giuseppe Brescia, Tempo e Libertà, Lacaita, Manduria 1984, cap. 'La libertà tra Antoni e Fromm”. Anche: B. Croce, Bachofen e Burckardt, (1929) in Conversazioni critiche, Serie Quarta, Bari 1951, pp. 135-136; La filosofia del Bachofen, rec. del libro di G. Schmidt (1929), ivi, pp. 63-65 e Il Bachofen e la storiografia afilologica  (1928), in Varietà di storia letteraria e civile, Serie prima, Bari 1949, pp. 302-319; con E. Minkowski, “Verso...(”Lo slancio verso..), in Filosofia Semantica Psicopatologia, a cura di Mario Francioni, ed. it., Mursia, Milano 1969, pp. 153-161; e Il tempo vissuto, ed. it., Einaudi, Torino 1972.

(24) Nineteen Eighty-Four by George Orwell (1948), Longmann, Editor David Harmer, London 1991; trad. it., 1984, a cura di Gabriele Baldini, Milano 1950-1983 (8^ ed.). Su cui: Elena Croce, “Settanta” del marzo 1972, pp. 29-43; Benedetto Croce, Filosofia e storiografia (1949), Bari 1969, pp. 313-319; Pier Paolo Ottonello, La barbarie civilizzata, L'Arcipelago, Genova 1994; Tom Wolfe, 1984. La trappola della neolingua, “La Stampa”, A. 117, n. 303, 23 dicembre 1983, p. 3. - Per tutta l'analisi delle “false memorie” e della “parola 'Shakespeare' sulle labbra”, rimando ai miei Ethos e kratos. I. Lettere aperte sulla crisi.II. La carità e le ipotesi, Bari 1994; “1994”. Critica della ragione sofistica, Bari 1997 e al secondo volume di Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva.II. Da Kant al postmoderno, Bari , pp. 289-316.

(25) Cfr. ad es. di George Orwell, Selected Essays, London 1957; The Collected Essays, Journalism and Letters, ed. by Sonia Orwell, London 1968; The Unknown Orwell, by Peter Stansky and William Abrahams, London 1972; George Orwell: The Critical Heritage, ed. by Jeffrey Meyers, London 1975; The Last Man in Europe: an Essay on George Orwell, by Alan Sandison; George Orwell, The War Broadcasts, edited with an Introduction by W. J. West, Penguin, London 1985-87 ( Introduzione, Lezioni alla BBC in tempo di guerra su vari autori, Shakespeare, Jonathan Swift, Edmund Blunden, Bernard Shaw, Anatole France, Ignazio Silone, H. G. Wells, carteggi con importanti scrittori quali Th. S. Eliot su Joyce ); Gordon Bowker, George Orwell, London 2003; R. Franchini, Orwell: un pentito dal volto umano, “Nuova Civiltà delle Macchine”, II/3 ( estate 1984 ), pp. 95-97; Giuseppe Brescia, Lo spostamento del vetrino, “Corriere della Sera”, 15 Agosto del 2000; e Macbeth nella Fattoria di Orwell, “Corriere della Sera”, 25 febbraio 2003.

(26) Cfr. Raffaello Franchini, Esperienza dello storicismo, Napoli 1953-1971 (4^ ed.); con la mia Noterella sulla dialettica, “Realtà del Mezzogiorno”, XVII/10 (ottobre 1977 ), pp. 855-876, anticipazione di Trendelenburg e la fondazione della concezione hegeliana del finito.

(27) Giuseppe Brescia, Questioni dello storicismo.I. Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali, Galatina 1980, pp. 177-178 in: 153-181. Particolare riguardo meritano le “Ricerche Logiche”, Logische Untersuchungen, di Adolf Trendelenburg (1840), Hildesheim, 1964, su cui la mia disamina Trendelenburg e la fondazione della concezione hegeliana del finito ( op. cit., 1980, pp. 153-181 ).

(28) Simboli della trasformazione, in Opere, vol. 5, Torino 1970, pp. 153-157.

(29) Ed. Newton Compton, Roma 1995, pp. 32 sgg.

(30) Critica della Ragion pura (1781), ed. it. Gentile-Lombardo Radice, revisione di V. Mathieu, Bari 1963, p. 48.

(31) Carlo Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1959.

(32) Giovanni Reale, Saggezza Antica, Cortina, Milano 1995; Corpo Anima Salute, Milano 1999; Giuseppe Brescia, L'Anima e l'Occdente, Andria 1999.

(33) Giulio Preti, Retorica e Logica, Einaudi, Torino 1968, p. 222.

(34) “In Middle English la parola 'progress' significa 'viaggio', soprattutto un 'viaggio stagionale' o periodico. Un 'progress' era, per un re, il giro dei castelli dei suoi baroni; per un vescovo, il giro delle sue diocesi; per un nomade, quello dei suoi pascoli; per un pellegrino, quello dei luoghi sacri” ( 'The Songlines', Le vie dei canti, ed. it., Adelphi,  Milano 1987 ).

(35) Oliver Sacks, Risvegli, ed. it., Adelphi, Milano 1987; 'Neurologia e anima', Morgagni Lectures, Padova 1980.

(36) Il codice dell'anima, ed. it., Milano 1999; Puer aeternus, ed. it., Milano 1999.

(37) Ricordi sogni riflessioni, a cura di Aniela Jaffé, cit., pp. 146 e 220-221; 435-436.

(38) Psicopatologia generale (1913-1946). ed. it., Roma, Il Pensiero scientifico, 1964 ( 2000 ).

(39) Sul cammino di una psicologia formale, in Filosofia Semantica Psicopatologia, cit., Mursia, Milano 1969, pp. 80-86.

(40) Il linguaggio e il vissuto, in Filosofia Semantica Psicopatologia, cit., pp. 194-195. il saggio, già commentato, “Verso..”, è ivi, alle pp. 153-161.

(41) Teoria della previsione, cit., 1972 (2^ ed.), al capitolo Statistica Legislazione Medicina, pp. 104-109.

(42) Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, pp. 94-145.

(43) Rita Charon, Narrative Medicine, New York 2006; “Il Giornale”, 28 agosto 2006.

(44) Giuliana Graffigna Marlatto, 'Dare e prendere'. Un'esperienza di un ragazzo autistico nella scuola media superiore, in Atti del 6° Convegno Nazionale su “Informatica Didattica Disabilità”, a cura del C.N.R. Di Firenze e Istituto Medico Psicopedagogico 'Quarto di Palo' – Liceo 'Carlo Troya', Andria 1999, pp. 67-71.

(45) Francesca Benassi, in La comunicazione facilitata, di Douglas Biklen, Omega Edizioni, 1999, pp. 155-169.

(46) L. S. Vygotskij ( 1896-1934 ), Psicologia pedagogica, Leningrado 1926, ed. it., Editori Riuniti 1970 e Psicologia dell'arte ( 1932 ), ed. it., Editori Riuniti, Roma 1972, dove ampio spazio è dedicato a “L'arte e la psicanalisi” ( pp. 109-129 ) e “L'arte come catarsi” ( pp. 273-295 ), in cui “il contrasto dei sentimenti” ( segnatamente, di “comico e tragico” ) “sembra inerente l'impressione artistica”. Quivi, nonostante la teoria dell “impressione” più che della “espressione artitica”, di matrice idealiustica, il Vygotskij dà atto dell' “eccellente critica di Croce” (p. 94-95 dell'ed.Italiana).

(47) Francesca Benassi, op. cit., p. 160. Ho dato risalto alla Riabilitazione neuromuscolare e mente autocosciente, in Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper, Schena, Fasano 1986, pp. 71-87.

(48) Neurolesioni dell'età evolutiva. Teorie e techiche di trattamento, Piccin, Padiova 1978, pp. 164-169.

(49) M. Brighenti, in “Atti£ del 6° Convegno Nazionale “Informatica Didattica Disabilità”, Andria 1999.

(50) Scienza e Umanesimo. La fisica del nostro tempo, ed. it., Sansoni, Firenze 1953.

(51) J. Ortega y Gasset, La rebeliòn de las masas, Espasa Calpe, Argentina – Buenos Aires-Mexico, 1937.

(52) Scienza e Umanesimo, cit. pp. 13-17 e passim.

(53) Che cos'è la vita ?, 1944, prima ed. it., Sansoni, Firenze 1970; Ed. Adelphi, Milano 1995.

(54) O. T. Avery – C. M. Mac Leod – M. Mac Carty, Studies on the chemical transformation of pneumococcal types, “Journal of Exp. Med.”, LXXIX (1944), pp. 137-158; E. Chargaff, Il fuoco di Eraclito, ed. it., Garzanti, Milano 1985, pp. 115-126; Francis Crick, L'origine della vita, ed. it., Garzanti, Milano 1983, con Presentazione di Tullio Regge.

(55) Giuseppe Brescia, Ipotesi e problemi per una filosofia della natura, Adda, Bari 1987, pp. 25-36.

(56) E. Chargaff, Il fuoco di Eraclito, cit., p. 129; con l'articolo precedente, Chemical specificity of nucleic acid and the mechanism of their enzymatic degradation, in “Experientia”, VI (1950), pp. 201-209.

(57) Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1971 ( Lezioni del 1962-63 ), pp. 289-300.

(58) La mia visione del mondo, ed. it., Garzanti, Milano 1987, alle pp. 223-225 delle Poesie tradotte dal tedesco e dall'inglese. Cfr. anche L'immagine del mondo, ed. it., Torino 1963 e 1982.

(59) Francis Crick, L'origine della vita (1981), ed. it. con prefazione di Tullio Regge, Garzanti, Milano 1983.

(60) Il Tao della Fisica, trad. it. di Giovanni Salio, Adelphi, Milano 1982  e 1993, pp. 11-12.

(61) Il Tao della Fisica, cit., p. 161. Cfr. anche La Rete della vita, ed. it., Rizzoli, Milano 2002 , con la fondazione del Center di Ecoalfabetizzazione ( CELA ) di Berkeley.

(62) Il Punto di Svolta (1982), trad. it. di Libero Sosio, Milano 1984, pp. 15-17 e 25 sgg.

(63) Il Punto di Svolta, ed. cit., pp. 33-35.

(64) Il Tao della Fisica, op. cit., p. 136.

(65) Il Punto di Svolta, cit., p. 340: cfr. il riferimento a Joseph W. Meeker, The Comedy of Survival, Guild of Tutors Press, Los Angeles 1980.

(66) Filosofia della pratica, Bari 1963, 8^ ed., pp. 52-53 e 63 ( 1^ ed., 1908, precedente di qualche mese la Logica come scienza del concetto puro.

(67) Cfr. M. Capek, The Philosophical Impact of Contemporary Physics, D. Van Nostrand, Princeton, N. J., 1961, p. 319; e F. Capra, Il Tao della Fisica, cit., p. 244.

(68) Carlo Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1959; Raffaello Franchini, La teoria della previsione, Giannini, Napoli 1964 e 1972; Gennaro Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Morano, Napoli 1975; Giuseppe Brescia, Accadimento e fisica quantistica, in Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper, Schena, Fasano 1986 e Accadimento, in Radici dell' Occidente, Libertates, Milano 2019, pp. 9-40.

(69) Filosofia della pratica, cit., p. 27; Raffaello Franchini, La teoria della storia di Benedetto Croce, Morano, Napoli 1966, Cap. IV. L'accadimento, pp. 59-66.

(70) Il Tao della Fisica, cit., p. 143-144: da Eugen Herrigel, Zen in the Art of Archery, Vintage Books, New York 1971; in ital., Lo Zen e il tiro con l'arco, Adelphi, Milano 1975 e 1982.

(71) Filosofia della pratica, cit., ed. del 1909, p. 62; ed. del 1963 ( 8^ ed.), p. 59. Cfr. Giuseppe Brescia, Questioni dello storicismo. I. Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali, Salentina, Galatina 1980, pp. 80-81 in: 75-85. - Tra l'altro, tematizzo il raffronto corpo-mente nel “gittatore” di Dante ( “quanto un buon gittator trarrìa con mano”, in Purg. III, 69 ) e nell' “arciere prudente” di Machiavelli ( Capitolo VI del Principe ), in aderenza alla teoria dell' anticipo come 'previsione'.

(72) Cfr. la lezione Leonardo e la botanica, edita da Aboca, Sansepolcro 2018, pp. 71 sgg. ( Editrice e risorsa, insieme, di carattere naturalistico ed ecologico, fondata da Valentino Mercati ).

(73) Leonardo e la botanica, cit., p. 72.

(74) Giuseppe Brescia, Modalità del tempo, “Filosofia e nuovi sentieri”, 14 gennaio  2018; Generazioni del Tempo, Matarrese, Andria 2018, pp. 69-78.

(75) Il cacciatore di onde, Intervista-saggio di Kip Thorne a cura di Giulia Alice Fornaro, “Le Scienze”, ottobre 2017, pp. 38-39.

(76) Mauro Dorato, Che cos'è il tempo, Carocci, Roma 2013; Carlo Rovelli, L'ordine del Tempo, Adelphi, Milano 2017. - Accenna ai percorsi della “spirale” e alla “dinamica di una spirale (..) non finita”, sulle tracce heideggeriane di L'arte e lo spazio e L'abbandono ( Il Melangolo, Genova 1988 e 1989 ), il citato Angelo Andreotti, Il nascosto dell'opera. Frammenti sull'eticità dell'arte  ( Ancona 2018, pp. 21, 41 e 51 ).

(77) Giuseppe Brescia, Ipotesi e problemi per una filosofia della natura, Adda, Bari 1987, cap. II. Simmetrie profonde e simmetrie infrante, pp. 17-24 e passim ( sulla base di H. Weyl, A. N. Whitehead, Luciano Caglioti, Evandro Agazzi, Gillo Dorfles, Erwin Chargaff e altri ). Cfr. F. Capra, Il Tao della Fisica, cit., , pp. 285-299, al cap. Simmetrie di Quark: un nuovo Koan ?

(78) Il Tao della Fisica, pp. 300-324 al cap. Le configurazioni del mutamento, e altrove; Richard Wilhelm, I Ching, ed. it., Adelphi, Milano 2000, p. 581 e 600-609.

(79) Nella traduzione di Mario Gabrielli, Laterza, Bari 1936, p. 24.

(80) Sulla teoria generalizzata della gravitazione, in “Le Scienze”, n. 129. maggio 1979, p. 5. E' la pagina che Einstein concluse con la formulazione della ipotesi di un campo tensoriale simmetrico: Gik = Gki.

(81) Cfr. Il Tao della Fisica, cit., pp. 257-258; R. Franchini, Le origini della dialettica, Napoli 1976, 4^ ed.; St. Hawking, Dal big bang ai buchi neri, trtad. it., Milano 1986; G. Brescia, Ipotesi e problemi per una filosofia della natura, Bari 1987 e Da Bruno a Escher: la Biblioteca celeste di Interstellar, “Filosofia e nuovi sentieri”, 14 dicembre 2014.

(82) I Ching. Il Libro dei Mutamenti, ed. it. cit., pp. 21-22.

(83) Pensieri, ed. Serini, Torino 1967, pp. 222-223; Giuseppe Brescia, Pascal e l'ermeneutica, Schena, Fasano 1989, pp. 70-74.

(84) Prefazione a I Ching, cit., p. 19. Le citazioni vichiane sono attinte alla edizione delle Opere, a cura di Paolo Rossi, Rizzoli, Milano 1959, pp. 178-181 e 325-350.

(85) B. Croce, Goethe, Bari 1936.

(86) “Quando Platone esaltava la bellezza del rischio alludeva al fatto che la filosofia richiede audacia e coraggio; ed è quanto in tempi più recenti ricorda Schelling: ' Chi vuol veramente filosofare, deve rinunciare ad ogni speranza, a ogni desiderio, a ogni nostalgia, non deve voler nulla né saper nulla, sentirsi povero e solo, abbandonare tutto per guadagnare tutto' “: Prefazione a Luigi Pareyson, Verità e interpretazione, Mursia, Milano 1971, pp. 7-11; Paul Ricoeur, Finitudine e colpa

(1960), trad. it., Morcelliana, Brescia 2010.

(87) Cfr. Il Tao della Fisica, cit., pp. 294 sgg.

(88) Cfr. James Joyce, Finnegans Wake, ed. it. a cura di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, Oscar Mondadori, 2017, p. 148. - La lezione di Terrinoni per FW 383.01 “Three quarks for master Mark” è sbagliata. Quella esatta, come da originale, Faber and Faber 1939, è la versione riferita da Fritjof Capra in Il Tao della Fisica, cit., pp. 294 sgg. “Three quarks for Muster Mark”.

(89) Finnegans Wake, Libro Primo. V-VIII, ed. e commento di Luigi Schenoni con un saggio di Edmund Wilson, Mondadori, Milano 2001, pp. 149 e 149 bis. Cfr. Edmund Wilson, in op. cit., pp. 464-465: “la moglie stessa è adesso il fiume che si riversa in mare”;  “Il ciclo vichiano ha ancora una volta compiuto il suo giro. Il periodo incompiuto che chiude il libro troverà la sua continuazione  nel periodo senza inizio col quale l'opera si apre. Il fiume che si riversa nel mare deve ricominciare come nuvola; la donna deve abbandonare la propria vita all'infante”; e Giuseppe Brescia, Tra Vico e Joyce. Quaternità e fiume del tempo, Laterza, Bari 2006, Parte prima.

(90) Cfr. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro ( come “Lineamenti di Logica”, in “Atti della Accademia Pontaniana”, 1905 ), Laterza, Bari 1909 e 1958, Cap. II, pp. 13-25; I. Kant, Critica della ragion pura ( 1781 ), trad. it. Gentile-Mathieu, Bari 1960, p. 666.

(91) Raffaello Franchini, La teoria della storia di Benedetto Croce, Morano, Napoli 1966, cit., pp. 59-66 e 71-72 e Teoria della previsione, Giannini, Napoli 1964 e 1972; Gennaro Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Morano, Napoli 1975, pp. 655-706; 717-809 e 907-1008; Giuseppe Brescia, Questioni dello storicismo. I. Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali, Salentina, Galatina 1980, pp. 70-74.

(92) Giuseppe Brescia, Tra Vico e Joyce, cit., pp. 19-20; e “Accadimento” in Radici dell'Occidente, Libertates, Milano 2019, Parte prima.

(93) Giambattista Vico, Scienza Nuova seconda (1944), ed. Nicolini, Bari 1953, par. 412; Opere, ed. Battistini, Milano 1990, I, pp. 727-728.

(94) I Ching, ed. Wilhelm – Jung, cit. p. 48 n. 1.

(95) Enrico Terrimoni ( a cura di ), Finnegans Wake, Libro III.Capitoli 1 e 2,Milano 2017, pp. LVI-LVII.

(96) John Bishop, Joyce's Book of the Dark, University of Wisconsin Press, Madison 1986, pp. 15-21 e 43.

(97) Cfr. Jackson I. Cope, From Egyptian Rubbish – Heaps to 'Finnegans Wake', in “James Jouyce Quarterly”, 3. III ( primavera 1966 ), pp. 166-167. Cfr. Romano Màdera, Carl Gustav Jung, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 138-142,

(98) I Ching, cit, pp. 27-33 della Prefazione junghiana e il simbolo 29, K'an - L'Abissale – L'acqua, p. 156. Il motivo dell'acqua è dominante in tutte le religioni antiche, nei riti battesimali e di lavacro.

(99) Cfr. C. G. Jung, I Ching, l. cit.

(100) I Ching, cit., pp. 156-159.; Finnegans Wake, Libro IV, 628,14.

adv

BE SOCIAL

VIDEO GALLERY