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TRANI 1799: Dall'insorgenza all'eccidio.
 
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  TRANI 1799: Dall'insorgenza all'eccidio.
Uno dei momenti più brutti della storia millenaria della Città. Rievocazione storica di Mario Schiralli
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A cura di Redazione
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TRANI 1799: Dall'insorgenza all'eccidio.  Uno dei momenti più brutti della storia millenaria della Città. Rievocazione storica di Mario Schiralli.

Gli avvenimenti del 1799 costituiscono uno dei periodi più brutti della storia di Trani.
“Appena qualche semestre di vita cittadina – scrisse R.Piracci nel suo studio “Trani e la rivoluzione francese” (1991) – assunse un ruolo storico non meno decisivo di qualche secolo intero”.
La tragicità degli avvenimenti e il loro rapido susseguirsi, contribuirono ad imprimere una svolta talmente negativa all'evolversi della storia di Trani, da segnare l'inizio del declino dell'egemonia politico-amministrativa della città in Terra di Bari che deteneva dal 1586.

La “proterva” Trani pagò a caro prezzo quel suo atteggiamento, "al cui esempio tutta la Provincia sostenevasi nell’insurrezione”, come fu riportato  in un messaggio del Governo Provvisorio alla Deputazione.

Basta considerare la circostanza, peraltro inconfutabile,"che le fortune di Bari, ovvero della città che più di tutte aveva interesse alla decadenza di Trani, - questo fu rilevato da Benedetto Ronchi in un suo studio sui toponimi urbani, allorquando si occupò delle tre strade intitolate alle tre donne vittime dei Francesi – abbiano avuto inizio dopo il trasferimento  a Bari, nel 1808, di quell‘0rgano politico, amministrativo e giudiziario che fu la Sacra Regia Udienza provinciale che aveva  elevato Trani, per oltre due  secoli, al grado di Capoluogo.”.

E non é un caso che Trani, subito dopo i tumulti, fosse stata etichettata come "la più ostinata delle città insorgenti", a differenza di Bari "la più segnalata tra le città difenditrici del sacro albero della libertà”.

Fortuna che, nel 1817, dopo la restaurazione borbonica, in seguito al trasferimento da Altamura a Trani della Gran Corte Criminale e Civile, Trani ebbe l'occasione di rinverdire le sue tradizioni forensi che risalivano agli inizi del XIII secolo.

La Rivoluzione Partenopea, come è stato già ampiamente illustrato,  é stata oggetto di studio da parte di numerosi storici, già a partire dal secolo scorso, in occasione del primo centenario (Colletta, Croce,  Cuoco, Carabellese, e via dicendo) , che l'hanno affrontata nel suo contesto generale e in un'ottica tendenzialmente risorgimentale, visto che, oltretutto,  nel 1899 l’unità italiana era stata raggiunta da poco.

Negli ultimi tempi, invece, dal bicentenario in poi,   taluni storici hanno manifestato la tendenza ad analizzare i fatti del 1799 rileggendoli attraverso le cronache locali, a torto, prima,  quasi sempre trascurate, ma che, invece, hanno rilevante importanza ai fini di una corretta interpretazione storica.

Attraverso la loro analisi, si possono meglio comprendere i motivi che determinarono il coinvolgimento di tante città che, pur vicine
tra loro, in realtà vivevano uno stato sociale diversificato.
                                         
Ecco cosa scrive a tal proposito in un suo saggio sul 1799 la  prof. Maria Grazia Di Staso,  Preside della Facoltà di Lettere dell’ateneo barese, nel quale riscontra “una profonda continuità di motivi ed intenti tra le tradizioni intellettuali innovatrici del mezzogiorno – che i  Borbone  avevano valorizzato e adoperato nella prima metà del secolo per poi deluderle e ostacolarle nella seconda -  e il fervore politico, ideale e legislativo che poté brevemente accennarsi nei sei mesi di vita della repubblica napoletana. Una continuità che testimoniarono le vittime della reazione borbonica del 1795 e soprattutto del 1799, da Emanuele De Deo, a Ignazio Ciaia e  Mario Pagano.

NOTA : E’ da sottolineare che  la prima edizione dei Saggi Politici (1783-1785) di Mario Pagano, l’intellettuale venerato in tutto il Mezzogiorno, giustiziato a Napoli il 29 ottobre 1799, si concludeva con frasi elogiative  per Ferdinando IV, (l’immortale),  mentre nella seconda, pubblicata nel 1791-92, questa parte fu “tagliata”: “in pratica si andava profilando una direzione giacobina dell’agire politico”.
                                            
Nel 1799 – annota ancora la Prof. Di Staso – si tentò di realizzare un'utopia filosofica, traducendo in atti, in istituzioni di legislatori
la ”sapienza" riposta dei filosofi, e la classe rivoluzionaria fu la stessa classe intellettuale che, dopo il 1734, si era posta e   riconosciuta come l‘unica e vera nazione napoletana, nella quale si cominciava a parlare di patria e di amor di patria.

Fu solo quella minoranza intellettuale, eppure idealmente maggioranza, a rappresentare nel 1799, nello scontro finale con la monarchia,
la nazione in formazione o in germe.

Tornando alla validità delle cronache locali dei fatti del 1799, il prof. Giuseppe Poli, docente di Storia Economica e Storia dell’Agricoltura a Bari nel suo volume “Paradigma di un’insorgenza. Trani nel 1799” (Bari, Cacucci, 2000), scrive:
“Se si capovolge l’angolazione con la quale si sono prevalentemente osservati i fratti del 1799 e si  concentra l’attenzione sulle aree periferiche, emerge in tutte le sue dimensioni il malessere che coinvolgeva tutto il regno alla fine del Settecento. In tal modo appare evidente - e in tutte le sue sfaccettature  - la dimensione di un disagio che aveva motivazioni molto complesse e affondava le sue radici nelle questioni irrisolte di breve, medio e lungo periodo”.

Per quanto riguarda i fatti di Trani, ma anche delle città vicine, la ricostruzione di quelle vicende si deve al paziente lavoro di ricucitura e di elaborazione compiuto da Ferdinando Lambert, studioso e storico tranese, realizzata a cavallo tra Otto e Novecento (una prima ricerca sui martiri del 1799 fu eseguita da un altro storico tranese, Giovanni Beltrani) ricostruzione ripresa dal prof. Poli e che costituisce la seconda parte del suo libro.

Per chi non ha avuto modo di frequentare la Biblioteca di Trani, nella quale ho lavorato per 36 anni, di cui 22 da Direttore, per i propri studi storici, ricordo che F.L., avvocato e appassionato studioso di storia locale,  nacque a Trani nel 1835. Suo padre Jean Antoine Lambert aveva fatto parte dell’esercito di Napoleone nel quale aveva meritato sul campo di battaglia (Ulma e Austerlitz) i gradi di ufficiale superiore e, successivamente, arruolatosi nell’esercito di Gioacchino Murat, giunse a Andria, poi a Barletta e infine a Trani dove visse dando lezioni di francese. Morì nel 1851 lasciando al figlio, appena quindicenne “il solo nome onorato del padre”.

Le ristrettezze economiche “condivise dignitosamente con la madre” non impedirono a F.L. di studiare e di conseguire il diploma di giurisprudenza.

Ferdinando Lambert ha lasciato un notevole patrimonio di scritti e memorie, nonché una ponderosa opera ancora manoscritta (darla alle stampe sarebbe cosa grandiosa per gli studi su Trani ed anche sul Mezzogiorno d’Italia) dal titolo Cronistoria della città di Trani, che raccoglie notizie e documenti sulla città dalle origini fino ai primi del Novecento.

I  tristi eventi tranesi del 1799, possono essere riassunti in quattro momenti, così tanto  per avere  uno  sguardo d’insieme sull’accaduto.

1) Per iniziativa di un gruppo di liberali, in previsione di un più o meno arrivo dei Francesi, Trani si democratizza (1-4 febbraio 1799)

2) Ma l’esperimento liberale che in altri centri della provincia si protrae fino all’arrivo dei Francesi e li salvaguarda dalle loro rappresaglie, a Trani dura pochissimi giorni per la pronta ed energica controrivoluzione dei realisti (Piracci), che in nome del Re e in difesa del Trono e dell’Altare trascinarono la città in una cinquantina di giorni di autentica anarchia , commettendo innumerevoli nefandezze (5 febbraio – 31 marzo).

3)  Il 1° aprile l’attacco francese assume il significato di una spietata spedizione punitiva, con nuovi eccidi, distruzioni e,alla fine, l’incendio. L’intransigenza delle truppe occupanti riesce a tenere calma la città ormai spopolata, che si mantiene relativamente
 tranquilla anche durante i circa 20 giorni di vuoto di potere, fino all’arrivo delle forze regie (16 maggio)

4) Ma nella Trani realizzata  la ripresa di fermento, incentivato dal ritorno di numerosi realisti che erano fuggiti, in un clima di oltranzista vendicatività pretestuosamente antigiacobina, stenta a rientrare nel controllo delle ripristinate o straordinarie autorità legittime, ancora perplesse se non compiacenti  ( Piracci).

Nel gennaio del 1799 Trani viveva la sua solita vita di città calma ed operosa e nulla faceva presagire che di lì a poco gli eventi precipitassero, anche se c’è da rilevare che, in città, il processo di democratizzazione si era avviato già dal 6 gennaio, 19 giorni prima del 25 gennaio 1799, ovvero della data della dichiarazione della repubblica partenopea, quando fu costituita una guardia civica capeggiata dai principali liberali tranesi e non ostacolata dalla Sacra Regia Udienza (oggi diremmo Prefettura) allora presieduta dal ten.col. Michele Pucce Molton, mentre Avvocato Fiscale (l’attuale Procuratore della Repubblica) era Don Filippo D’Urso “violento realista per convenzioni e tradizioni domestiche”: il primo (Pucce Molton) tentava di mediare con i liberali; l’altro (D’Urso) manovrava e corrompeva il popolo per boicottare le iniziative dei liberali.

Quando il 1° febbraio si sparse la notizia  della presa di Napoli da parte delle truppe francesi del generale Championnet e Trani si andava sempre più popolando di borbonici sbandati,  fuorisciti e disertori, i Capi della Guardia Civica di Trani, Giuseppe Forges Davanzati (fratello di Monsignor Domenico Forges Davanzati, nato a Trani nel 1742,  uno dei 25 membri del governo provvisorio napoletano che certamente ebbe grande parte nell’incoraggiare e sollecitare, da Napoli, i liberali tranesi durante i mesi cruciali del 1799. Mons. Davanzati è noto anche per la sua opera Dissertazione sopra i vampiri), Giuseppe De Felice, Francesco Assenzio e Cataldo Lomanto, non riuscendo a costituire una “Municipalità Repubblicana” si insediarono a Palazzo di Città assumendo tutti i poteri civici dopo aver dimesso il sindaco e i rappresentanti dell’Università.

Due giorni dopo, il 3 febbraio, furono issati sul Castello i tricolori e in Cattedrale venne cantato il TE DEUM per celebrare l’avvenimento.
La sera successiva (4 febbraio) penultimo giorno di carnevale, nel Largo San Francesco, poi ribattezzato, per l’occasione, Piazza della Libertà, fu innalzato tra giubili, suoni e feste, il simbolo dell’abolizione della tirannide e della conquista della libertà, il cosiddetto ALBERO DELLA LIBERTA’

NOTA : La Biblioteca di Trani conserva un acquerello rarissimo, perché unico, dell’albero della libertà, rinvenuto fra le supersiti memorie grafiche
della Repubblica Napoletana.In  occasione del bicentenario l’amministrazione, presieduta dal gen. Tamborrino, fece ricostruire l’albero della libertà, seguendo l’acquerello.

Ad innalzarlo furono il capo del governo provvisorio, don Raffaele De Felice, Giuseppe Forges Davanzati e suo figlio Lorenzo, due frati benedettini e un domenicano.

In quei giorni anche da Napoli era arrivato il plauso , dal Governo Provvisorio Partenopeo, a firma di Forges Davanzati “cittadino rappresentante incombensato”, che si era compiaciuto dell’entusiasmo per la causa comune ed aveva plaudito ai sentimenti repubblicani:
“Voi nascete a nuova vita dal momento che sulle ruine del dispotismo innalzate il mistico albero della libertà…”

Le forze reazionarie, però, reagirono in modo drastico cogliendo al volo ogni pretesto per istigare il popolo.

Addirittura fu sparsa a bella posta la voce che sull’albero della libertà, come ha scritto la prof. Di Staso nel suo saggio, “i liberali avevano messo il berretto frigio, tipico dei popolani della rivoluzione francese, anziché la parrucca dei signori, per far credere alle truppe inglesi, alleate del Re, che si diceva stessero per sbarcare da un momento all’altro, che erano i popolani a combattere la monarchia e non i giacobini”.

La controrivoluzione scoppiò il giorno successivo (siamo al 5 febbraio), verso le dieci di sera ed ebbe come capi armati i “birri” del Tribunale.

Questo particolare basterebbe, da solo, a dimostrare che la reazione fu architettata dal Preside della Sacra Udienza (Michele Pucce Molton), ma soprattutto dal violento don Filippo D’Urso (Avvocato Fiscale).

Una reazione che ben presto sfuggì di mano alle autorità per l’infiltrazione di loschi personaggi del luogo, veri e propri delinquenti di basso stampo, come i fratelli Domenico e Gennaro Filisio, orologiai, proprietari di quel palazzo nei pressi della Cattedrale, oggi albergo Regia, e di un fomentatore di nome Giuseppe Cortellino, detto “il Cirifuogghio”.

Nella notte tra il 5 e 6 febbraio l’albero della libertà fu abbattuto, i maggiori rappresentanti dei liberali tranesi arrestati e rinchiusi nel Castello.

Seguì una serie infinita di efferati delitti, di barbarie a danno di chi capitava a tiro o era sospettato di essere anche solo simpatizzante dei giacobini.

Fra gli eccessi più orrendi di quei giorni, il primo in ordine di tempo e il più pietoso fu l’assalto alla casa dell’orefice Gaetano Bonafine e la sua barbara uccisione assieme al figlio, al genero ed al fratello di quest’ultimo.

Bonafine si era rifiutato  di versare agli inviati di Gennaro Filisio la tangente di 5 ducati pretesa come tassazione per il pagamento degli artiglieri.

Ma pare più veritiero il fatto che Filisio nutrisse verso l’orefice antichi rancori.

Mentre le uccisioni  continuavano ad insanguinare le strade e si faceva razzie nelle case dei ricchi, ecco che il 25 marzo arriva a Trani la notizia della caduta di Andria e della resa pacifica di altre città come Bisceglie, Barletta e Molfetta dinanzi alle truppe francesi.

La folla, allora, ancora più inferocita, capeggiata dal solito Gennaro Filisio, dopo aver arrestato altri esponenti giacobini,  entrò di forza nel carcere, l’attuale palazzo Valenzano che una volta era sede della S.R. Udienza, mentre oggi ospita l’Archivio di Stato, e massacrò ben 14 persone lì detenute per reati comuni (durante i recenti lavori di restauro, è stata individuata una cella sulle cui pareti un anonimo detenuto aveva disegnato un crocifisso).

Subito dopo, sempre più assetata di sangue, la folla  si spostò al Castello dove furono massacrati i liberali arrestati nella notte tra il 5 e 6 febbraio: 31 persone in tutto, 23 dei quali, un secolo dopo, ricevettero gli onori e la pubblica considerazione con quella lapide murata in Piazza Libertà e dettata da Giovanni Bovio, mentre per gli altri, come annotò Ferdinando Lambert “neanche un compianto, né una memoria ed una lacrima la storia ha potuto raccogliere: nulla di nulla”.


Prima di arrivare alla fatidica data del 1° aprile 1799, che segnò la presa di Trani da parte dei Francesi, comandati dal generale
Broussier, occorre che mi soffermi  un attimo sul significato  di questa “controrivoluzione” che a Trani (e anche  in altre città)
poggiò sulla partecipazione quasi totale del popolo.

Quello stesso popolo che, vivendo estraniato dal governo della città, si era convinto che i suoi diritti fossero garantiti più dall’autorità
del Re che dalle classi dominanti, cioè dai nobili e dal ceto civile, di cui facevano parte i giacobini che erano considerati come i ricchi e gli oppressori.

Non a caso durante la controrivoluzione circolavano slogan del tipo: Chi tiene pane e vino Ha da esse giacubino! A lu suonu de li campane
Viva viva li populane A lu suonu de li viulini Sempre morte a li giacubini!

NOTA: Per la verità, impropriamente ed ingiustamente i liberali furono definiti giacobini. Col termine "Giacobino" in Francia erano indicati gli appartenenti all'ala rivoluzionaria accesa e fanatica che teneva le sue riunioni nel Convento S. Giacomo, in Via S. Honorè a Parigi, donde deriva il nome.


In pratica possiamo dire che si trattò principalmente di una furiosa lotta sociale di classi e di ceti contrapposti.
Il popolo, a differenza di quanto era successo in Francia, finì per essere strumentalizzato da briganti e malviventi.
La ferocia dimostrata dai popolani, non solo a Trani, ma in quasi tutte le città coinvolte, strumentalizzati da false accuse contro i repubblicani del tipo che questi volevano distruggere la religione,  indussero, successivamente, anche il Re, Ferdinando IV, a mantenere le distanze ("Convengo che il popolo per quanto fedele, é sempre una brutta bestia, potendo divenire pernicioso, se condotto da qualche malintenzionato. Non  bisogna gettarsi affatto nelle sue braccia, ma bisogna tenerne conto essendo il ceto che più si é mantenuto fedele")

Il 27 marzo, il generale Broussier, con un proclama, intimò a Trani di arrendersi, ma i popolani, anche se in maniera disorganizzata, si prepararono all’assedio, fidando anche sulla robustezza delle mura cittadine e sui cannoni a loro disposizione.
Ma i Francesi, all’alba del 1° aprile, dopo aver circondato la città sia da mare che da terra, riuscirono nel giro di sole cinque ore, ad entrare in città dalla porta di Bisceglie, ubicata proprio a ridosso della chiesa di san Rocco,  dandosi al saccheggio e uccidendo chiunque capitava a tiro.

Fra violenze, uccisioni e saccheggi, i francesi non mancarono di dar fuoco alla città. E fu così che, appena 70 anni dopo la sua inaugurazione, il Regio Teatro San Ferdinando  fu incendiato, andando completamente distrutto, come tanti palazzi e il Convento del Carmine.
C’è da rilevare che sia il Preside Pucce Molton che il Fiscale Filippo D’Urso avrebbero potuto salvare in qualche modo la città se solo avessero trattato la resa con i Francesi.
Ma così non fecero: entrambi si dettero alla macchia fuggendo il primo (Pucce Molton), travestendosi, a Barletta. L’altro (d’Urso) a  Bisceglie.

Incerta fu la fine dei fratelli Filisio che, dopo che i Francesi avevano concesso il perdono alla città, per evitare ritorsioni, si dice si impiccarono nel loro palazzo.

Ferdinando Lambert annotò puntualmente nella sua cronaca che tutto il bottino derivante dal saccheggio fu messo in vendita a Bisceglie in un luogo, appena fuori le mura, che i Francesi indicarono come Palais Suele: “E forse d’allora quella piazza fu chiamata scorrettamente Palazzuolo”.

Il bilancio finale dei tumulti fu di oltre 1000 morti, i cui nomi, oltre che da Lambert, sono stati riportati anche in una pubblicazione dello studioso e storico avv. Riccardo Iannuzzi, edita nella ricorrenza del bicentenario,  che costituisce un’attenta e forbita disamina degli avvenimenti prima e dopo la rivoluzione napoletana, e che ebbi l’onore di curarne la prefazione.

Oltre mille morti.
Davvero tanti per una città come Trani che contava 11.000 abitanti!

NOTA: Tre eroine ricordate dalla toponomastica sul porto Maria Ciardi (20 anni nubile per evitare di essere stuprata si gettò dal 3° piano della sua abitazione).
Idem per Felicia Nigretti, giovanissima anch’essa, che  fuggì   tentando di allontanarsi su una barca, ma cadde in acqua annegando.
Vincenza Fabiano, assalita in casa, si gettò in una cisterna.

Di fronte alla eco di tanta barbarie, sia da parte dei popolani, che da parte dei Francesi, la stessa Eleonora Fonseca Pimentel, ponendosi al di sopra delle opposte fazioni, volle ridurre il tutto a un giudizio pietoso.
Sul Monitore Napoletano del 6 aprile scrisse:

"Non vi sono parole né lacrime sufficienti a descrivere e piangere o i delitti degl'insurgenti prima di essere vinti, o i delitti dei vincitori in Trani o in Andria dopo averle prese. Tiriamo un pietoso velo su tutto".

MARIO SCHIRALLI

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